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TENNIS/ Coppa Davis in salita, la Svizzera è già 2-0 sull’Italia

Due sconfitte in tre set contro i due svizzeri che si sono guadagnati da tempo i posti migliori nel settore rossocrociato del paradiso del tennis. Con un esordio azzurro così in linea con i pronostici più pessimisti della vigilia è difficile immaginare che i nostri possano agguantare la finale di Davis con il doppio e gli ultimi singolari. Al massimo, le indicazioni positive venute da Simone Bolelli contro Roger Federer e la scarsa vena mostrata da Stan Wawrinka contro Fabio Fognini lasciano aperta la possibilità di un punto tra 48 ore. Dal match a coppie di domani mi aspetto poco, ma per fasciarsi la testa c’è sempre tempo. La pensa così anche l’iperrealista capitan Barazzutti.

Si parte all’una nello stadio costruito nella Halle 6 del Palaexpo ginevrino. Fuori tira vento freddo da ovest, dentro fa caldo. Bolelli vuole impressionare i sedicimila vestiti di bianco e rosso che sbattono le suole, tutti insieme, sulle tribune metalliche. È qui come singolarista d’apertura della semifinale di Davis e a lungo se la gioca alla pari con Federer, che ancora deve elaborare il lutto della semifinale persa a Flushing Meadows contro Marin Cilic.

Il bolognese non ha niente da invidiare – oggi – al servizio e alle fiondate da fondocampo del miglior giocatore dell’era Open, né tantomeno ha motivi per dubitare del proprio rovescio a una mano, esteticamente bello quanto quello di Federer. Nel primo set è la sfiga a decidere il risultato quando tiene in bilico per un secondo sul nastro la palla che avrebbe consentito a Simone di riprendersi in minibreak dell’inizio del tie break, al quale è approdato dopo aver regolarmente mantenuto i propri turni di servizio. Resta lì immobile, la palla, nel silenzio dell’immenso capannone gremito e poi cade pigra dalla parte sbagliata, che è la sua. Quasi un segno. Il tie-break si chiude sul 7-5 per Roger, con Simone che avrebbe qualche buon motivo per imprecare, e non lo fa.

La sfiga è vorace e si mangia altri punti all’inizio del secondo set, fino a costare a Bolelli il turno di servizio quando è sul 3 pari. Vero è che Roger restituisce più tardi quanto la fortuna gli ha concesso (prima lascia scorrere, pensando che sia fuori, un centrale di Simone che invece scheggia la riga di fondo; poi incappa in un doppio fallo che offre all’azzurro l’opportunità, non colta, per rimettersi in pari). Ma l’inerzia del match non cambia più, soprattutto perché Simone spreca le due o tre possibilità che via via gli si presentano. Il terzo set è deciso dal break guadagnato quasi in apertura da Federer, che poi gestisce in sicurezza il vantaggio.

Tre set (7-6 6-4 6-4) in due ore e venti minuti di gioco che lasciano la sensazione dell’occasione perduta. Solo in un paio di momenti della partita si percepiscono i 73 posti che nel ranking ATP separano Simone da Roger. Per il resto l’italiano, che ha ceduto due soli game, si conferma giocatore ritrovato che può dare molto al tennis e a se stesso, come ha ammesso il suo avversario in conferenza stampa: “È molto cresciuto negli ultimi mesi, ha migliorato il servizio, il diritto e il footwork, il movimento dei piedi”. Esegue egregiamente tutti i fondamentali, appare sicuro con la prima di servizio, mostra di non avere timori reverenziali nemmeno nei confronti del collega che in carriera ha guadagnato, solo in premi, trenta volte più di lui. Gli mancano solo due spicchi di grinta e una spruzzata di coraggio. Li trovasse, scenderebbe a rete quanto Roger. Accanto a lui ci vorrebbe, adesso, un Edberg (o un Ivanisevic) che lo convincesse a osare di più, considerando che ha l’età e i mezzi per provarci. Ma i coach ex Top Ten non sono alla portata del suo budget, temo. Ha a tiro Barazzutti però: lo ascolti, ché domenica potrebbe far paura a Wawrinka.

Fabio Fognini è invece nel bel mezzo dell’involuzione cominciata quando la primavera era appena cominciata, con la sceneggiata con Jo-Wifried Tsonga a Monte Carlo qualche giorno dopo il trionfo su Andy Murray a Napoli. Quasi non gioca nel primo set del match contro Stan Wawrinka, numero 4 al mondo e vincitore a Melbourne del primo Slam dell’anno. Nei 28 minuti necessari per perdere per 6-2 colleziona cinque doppi falli, dimentica le dimensioni del campo, mostra una mobilità sotto standard, la sua citatissima velocità di braccio è meglio cercarla su YouTube. In compenso non interrompe mai il dialogo tra sé e sé che non lo tranquillizza, anzi.

Anche lo svizzero sembra un parente alla lontana del potente macinatore di game d’inizio stagione. Si salva solo il servizio, che viaggia sempre intorno ai 220 all’ora. Nel secondo set ha dieci minuti di totale confusione, tanto che l’incolpevole Fabio riesce a rifarsi sotto dal 3-1. Appena tornato in sé, Wawrinka chiude però sul 6-3. Il terzo set è poco più che una formalità: 6-2 per lo svizzero. Dirà Fabio in conferenza stampa, molto sincero: “La differenza l’ha fatta il servizio. Stan è il numero quattro al mondo, lui è più forte di me in questo momento. E io mi sono fatto sfuggire le buone occasioni”.

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