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Diabete, un malato su due schiacciato dal peso psicologico della malattia

L’impatto delle cure sulla vita quotidiana, l’angoscia di incorrere nell’incubo dell’ipoglicemia, la paura di un futuro incerto. Si chiama in gergo tecnico ‘distress’. In parole povere, i pazienti con diabete sono schiacciati dal peso psicologico della malattia, legato al doverla gestire per tutta la vita. Succede a un malato su due in Italia, un dato più alto rispetto al 40% registrato in media in Europa. Non solo: la situazione è complicata anche dal fatto che i malati si sentono discriminati (uno su 5). A fotografare l’impatto psico-sociale sulle persone che convivono con la ‘malattia del sangue dolcè e sui loro familiari è lo studio Dawn2, discusso oggi a Vienna in occasione del 50esimo meeting annuale dell’Easd (European Association for the Study of Diabetes) in corso fino al 19 settembre. L’indagine, realizzata con il contributo non condizionato di Novo Nordisk (da associazioni internazionali come Idf, Ispad, Iapo e Steno Diabetes Center), ha coinvolto oltre 15 mila tra persone con diabete, familiari e operatori sanitari intervistati in 17 Paesi di 4 continenti. «Emerge un chiaro quadro di disagio – spiega Antonio Nicolucci, responsabile del Dipartimento di farmacologia clinica ed epidemiologia della Fondazione Mario Negri Sud, centro scelto per elaborare e analizzare i dati dello studio raccolti nei vari Paesi – Il 40% dei pazienti italiani afferma che la terapia farmacologica quotidiana impedisce di vivere una vita normale, mentre in Paesi come Olanda e Germania il problema è avvertito solo da un paziente su 5, il 18% presenta segni di lieve depressione (in particolare le donne). Uno su 5, in linea con il resto del campione a livello internazionale, si sente discriminato a causa della sua condizione. Dato confermato anche dal 25% dei familiari e dagli stessi operatori sanitari». E poi c’è il terrore dell’ipoglicemia, principale ‘effetto collateralè della terapia. «Il 60% delle persone con diabete dichiara di temere questo rischio (soprattutto di notte), con tutto il corredo di problematiche connesse, dall’impatto negativo su attività lavorativa, vita sociale, guida, pratica sportiva, tempo libero, sonno, sino alla tendenza emersa da diversi studi che hanno documentato come chi abbia avuto esperienza di ipoglicemia, specie se grave, tenda a diminuire l’adesione alla terapia e agli stili di vita raccomandati», continua Nicolucci. Questa preoccupazione si rispecchia anche nei familiari dei pazienti: il 51% evidenzia alti livelli di stress e preoccupazione, il 64% teme il rischio di eventi ipoglicemici, il 27% desidererebbe essere maggiormente coinvolto nella cura, il 31% si sente frustrato dal fatto di non conoscere il modo migliore per dare una mano. Eppure solo uno su 5 è coinvolto in attività formative. «L’assistenza italiana è buona se valutata su parametri metabolici, ma non possiamo pensare che questo si trasferisca automaticamente sulla qualità di vita dei pazienti – riflette Salvatore Caputo, presidente di Diabete Italia – Il paziente italiano deve affrontare percorsi di guerra. Basti pensare alle differenze prescrittive fra le Regioni. Le associazioni dei pazienti percepiscono che c’è molta difficoltà per arrivare all’uniformità di trattamento e a un uguale accesso alle cure».

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