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PD, Bersani riprende la guida della minoranza: sarà battaglia

«E allora sarà battaglia». Pier Luigi Bersani dissotterra l’ascia di guerra. E riprende la guida della sinistra Pd, in nome dei diritti del lavoro. Nel giorno in cui la Cgil sferra un attacco durissimo a Matteo Renzi, l’ex segretario affila le armi: decine di emendamenti, annuncia, da presentare al Jobs act in Aula al Senato. I renziani per ora non negano irritazione ma ostentano calma: dialogo costruttivo, è il mantra, ma poi la maggioranza decide. Renzi, che la prossima settimana sarà negli Stati uniti, ha convocato la direzione del partito per il 29 settembre. In quella sede sarà discussa e decisa la linea. Vale il ‘modellò sperimentato sulle riforme: il partito delibera, a maggioranza, poi ci si adegua tutti. Gli attacchi interni sul lavoro non giungono inattesi, osserva un parlamentare renziano: su quei temi il Pd è ancora attraversato da due sensibilità, una delle quali più vicina a quella dei sindacati, che Renzi attacca senza mezzi termini («Hanno difeso – scandisce – solo le battaglie ideologiche e non i problemi della gente»). Il bivio è «decidere se essere una grande sinistra moderna, riformista di stampo liberal e innovatrice o una sinistra conservatrice ormai legata al modello diventato insostenibile del welfare del secolo scorso», afferma il sindaco di Firenze Dario Nardella. L’obiettivo del governo e della maggioranza renziana del Pd è arrivare al via libera del Senato al Jobs act entro il vertice europeo dell’8 ottobre. E se la direzione del 29 settembre dirà la parola definitiva, il confronto si articolerà la prossima settimana in Parlamento. Martedì mattina torneranno a riunirsi in assemblea i senatori dem. Lunedì pomeriggio i bersaniani si vedranno a Palazzo Madama per scrivere gli emendamenti da presentare all’attenzione del gruppo, martedì sera Area riformista elaborerà un documento politico su lavoro e legge di stabilità. «Ai nostri emendamenti – spiega Alfredo D’Attorre – sarà difficile dire no, perchè seguono la linea Pd dettata da Renzi stesso a partire dalle primarie. A meno che i renziani non avvertano un’attrazione fatale verso l’Ncd di Sacconi». A preoccupare la sinistra dem, a partire da Cesare Damiano, Guglielmo Epifani e Pier Luigi Bersani, sono le maglie troppo larghe della delega scritta dal governo. Il vicesegretario Lorenzo Guerini si fa mediatore «ottimista» e dice che in direzione un «punto di incontro si può trovare»: «Nessuno ha messo in discussione il reintegro per motivi discriminatori – rassicura – c’è piuttosto un tema di allargamento della sfera di indennizzo». Ma la sinistra dem vuole un contratto a tutele crescenti che a un certo punto assicuri la garanzia dell’articolo 18 e il reintegro: in tal senso «saranno presentati emendamenti», annuncia Bersani, che in mattinata vede alla Camera Epifani, D’Attorre e altri deputati. Altrimenti, afferma, «si frantumano i diritti e allora sarà battaglia». «Le discussioni aiutano a migliorarsi, l’importante è che non ci siano ultimatum o posizioni ideologiche», avverte Graziano Delrio, che invita a «uscire dall’ossessione dell’articolo 18». Ma Corradino Mineo gli risponde che lui non è disposto a votare nessuna delega in bianco nè tantomeno la fiducia al governo su questo tema. Ma i renziani ricordano che se al Senato sarà stallo, c’è sempre l’arma del decreto. Il governo, ha chiarito Renzi, non esiterà a usarla.

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