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De Chirico, viaggio nella casa museo del grande pittore

Un grande maestro, ma anche un uomo dal carattere scontroso, a volte superbo. Così è passato alla storia Giorgio De Chirico, il geniale inventore della pittura metafisica, figura cardine della pittura mondiale del Novecento. Ma dietro ai grandi successi e anche ai grandi nemici, si nascondeva un uomo dalla vita quasi «normalmente» borghese. A raccontarlo è la sua ultima casa, a Piazza di Spagna numero 31, nel seicentesco Palazzetto dei Borgognoni, proprio al centro di Roma, che la Fondazione Giorgio e Isa De Chirico per una mattina ha eccezionalmente aperto all’ANSA. «Il maestro – racconta il presidente della Fondazione, Paolo Picozza – la acquistò nel ’44, a sessant’anni, dopo aver cambiato una ventine di abitazioni Europa e New York. Cercava una casa con la luce filtrata dal soffitto e appena la trovò, come si dice, vi mise il letto». Qui De Chirico visse trent’anni insieme alla seconda moglie Isabella Pakzswer Far, fino alla morte nel 1978, «e dipinse anche tantissimo – aggiunge Picozza – tutto il periodo della bella pittura, oggi forse poco compreso dai critici». Due piani oggi diventati Casa museo (visitabili su richiesta), cui successivamente venne aggiunto un appartamento dal palazzo adiacente, con terrazza dall’eccezionale vista panoramica su Roma, che De Chirico scelse proprio al centro della vita culturale e mondana della città, a due passi dagli atelier di via Margutta, vicino al Caffè Greco, ai salotti degli intellettuali dell’epoca e anche al teatro dell’Opera, con cui ebbe modo di collaborare. La arredò come oggi appare, nel miglior gusto di una casa borghese anni ’50 tra poltroncine in stile Luigi XVI, cornici dorate, tende damascate color rosso, argenterie, putti in legno, tavolini in marmo e un primo piano di grandi saloni nei quali volle sempre e solo i propri quadri, come il celebre Orfeo Stanco, carico di enigmi e che rappresenta un pò la sintesi della sua ultima pittura. «De Chirico un burbero? – prosegue Picozza, che fu a lungo il legale del maestro – Poteva esserlo come un vecchio nonno. A volte era anche il suo umorismo. A un giornalista che gli chiese se amava i cavalli, soggetto ricorrente nelle sue opere, rispose ‘ma no, in verità io amo i muli e gli asinì. A un’altra che voleva una sua impressione sulla morte replicò ‘ma chi le dice che io non sia immortale?»’. E allora per capire il «vero» De Chirico si deve salire la stretta scala a chiocciola ed entrare nelle stanze più private del piano superiore. Una di fronte all’altra ecco le camere da letto dei padroni di casa: piccola, quasi una cella francescana quella del maestro, con appena un letto singolo, una scrivania e qualche scaffale di libri; con toeletta, copriletto rosso abruzzese e impareggiabile vista su Trinità dei Monti, quella di sua moglie Isabella. Un lungo corridoio di armadi a muro, ed ecco il «sancta sanctorum» della casa, quello studio con luce dal soffitto dove De Chirico lavorava sempre di pomeriggio, ma anche fino a tarda sera. «Il maestro si aiutava con due lampade – racconta ancora Picozza – cui aveva tolto i paralumi per non deviare in alcun modo la luce». Su una sedia, ancora la sua giacca da lavoro, sul tavolo le sue tante pipe, sulla libreria le sue monografie (da Watteau a Courbet, Delacroix, Rubens) e un pò ovunque piccole statuine, oggetti da riprodurre, un carretto siciliano, un santino di Padre Pio e tanti amuleti. «Visitando queste stanze – conclude Picozza – si scopre l’assoluta ‘normalita» in cui anche un grande artista può lavorare. De Chirico prendeva in giro chi diceva che per fare l’Arte bisogna soffrire e tormentarsi. Credeva piuttosto nell’impegno, nel talento e nel lavoro quotidiano«. E allora, eccola ancora lì, la sua tavolozza di colori e la grande tela bianca su cavalletto. Quasi in attesa di un prossimo grande capolavoro.

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