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Il governo autorizza la fiducia sul Jobs act, il premier sfida Pd e sindacati: ora guido io

«Ora tocca a me guidare e nessuno pretenda di mettere blocchi perchè da venti anni siamo nella palude». Matteo Renzi stringe sul Jobs act, sfida minoranza Pd e sindacati, e si prepara a chiedere la fiducia. Il Consiglio dei ministri autorizza l’uso dello strumento per accelerare e ‘blindarè con un maxiemendamento la riforma al Senato. La minoranza Pd confida fino all’ultimo in un ripensamento, nella speranza di avere spazio per discutere in Aula i propri emendamenti. Ma se il deputato Stefano Fassina avverte che la fiducia avrebbe delle «conseguenze politiche» (e invoca l’intervento del Colle) i bersaniani anticipano che voteranno la fiducia per non far cadere il governo. La partita ad ogni modo è ancora aperta, anche perchè Ncd non sembra disposta ad accettare modifiche al testo attuale della delega. Quella di domani si annuncia come una giornata cruciale, anche perchè di buon mattino, per la prima volta da quando Renzi è a Palazzo Chigi, nella sala Verde faranno ingresso sindacati e imprenditori. È la settimana del lavoro, per il governo Renzi. Il premier la apre riunendo a Palazzo Chigi i vertici delle aziende farmaceutiche, dando così concretezza alla sua strategia: non solo aggiornare le leggi esistenti, a partire dall’articolo 18, ma puntare anche su investimenti che portino alla creazione di posti di lavoro. Due piani paralleli, su cui incidere con determinazione. È questa la ragione per cui entro la settimana il premier intende incassare il via libera del Senato al Jobs act. Con un voto, se possibile, già mercoledì sera, quando a Milano, in qualità di presidente di turno dell’Ue, ospiterà i leader europei per una conferenza proprio sul lavoro. Alla vigilia dell’appuntamento, in un’intervista a Quinta Colonna, Renzi ribadisce che sul tema delle riforme, a partire da quella del lavoro non intende «mollare di un millimetro». Lo dice alla minoranza del Pd: «Magari non si fidano di me ma capisco che non è facile passare la mano a una nuova generazione». E lo ribadisce ai sindacati: «Anche loro devono dare una mano». Domattina li riceverà nella sala Verde di Palazzo Chigi, ma mette subito in chiaro di non voler ripetere certe scene del passato: «Perchè vedo i sindacati alle 8? Almeno si fa alla svelta… Mi dà un pò noia – dice in tv – questa immagine del tavolone della sala Verde: sono 30 anni che chiacchierano, chiacchierano e non concludono. Si può anche non essere d’accordo ma si deve concludere». Si annuncia non facile il confronto. Anche perchè alla vigilia il segretario Cgil Susanna Camusso usa toni battaglieri e non solo ribadisce il paragone tra Renzi e Margareth Tatcher, ma avverte anche che la Cgil è pronta al conflitto contro scelte non condivise. E lamenta, infine, i tempi brevi concessi dal premier: «Un’ora sola ti vorrei…», scherza. Sul fronte parlamentare, l’ipotesi più forte sul tavolo, al termine di una nuova giornata di incontri e contatti tra il ministero del Lavoro, Palazzo Chigi e il Senato, è quella di presentare un maxiemendamento alla delega sul Lavoro che recepisca alcune delle modifiche contenute nel documento approvato una settimana fa dalla direzione Pd. Il testo non dovrebbe contenere però una indicazione dettagliata sull’articolo 18 e la questione del reintegro per i licenziamenti discriminatori e disciplinari. L’ipotesi è che sul punto specifico si pronunci il ministro Giuliano Poletti con una dichiarazione in Aula, rinviando poi ai decreti delegati per una disciplina puntuale. Il combinato disposto dell’emendamento e della dichiarazione consentirebbe, viene spiegato, di tenere insieme la maggioranza, in balia di un braccio di ferro tra i centristi guidati da Ncd, che puntano al superamento dell’art. 18 e chiedono che non si modifichi la delega del governo, e la minoranza del Pd, fortemente contraria. «L’art 18 è un totem ideologico, riguarda solo 2500 persone» ma «rischia anche di esser fonte di incertezza», ribadisce Renzi. Ma già un battagliero Stefano Fassina richiama l’attenzione del presidente della Repubblica sulle «conseguenze politiche molto gravi dell’azione del governo». E Pippo Civati, parla di un «segno di debolezza» di Renzi rispetto a Ncd. I bersaniani fanno sapere che «per senso di responsabilità» non faranno mancare la fiducia al governo. La battaglia, annunciano però, proseguirà alla Camera.

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