| categoria: Il Commento

Quei segnali inquietanti dal Medio Oriente

di Maurizio Del Maschio
La speranza del mondo per la pace è in pericolo. Ovunque guardiamo, l’Islàm militante è in marcia.
Non si tratta di semplici militanti. Non si tratta di semplici islamici. È l’Islàm militante, una miscela
esplosiva. In genere, le prime vittime sono altri musulmani ritenuti indegni di questo nome, ma poi
non è risparmiato nessuno. Cristiani, ebrei, yazidi, zoroastriani, drusi, curdi, circassi; nessuna fede,
nessun gruppo etnico è al riparo dalle sue minacce. Ed esso è in rapida diffusione in ogni parte del
mondo. Negli StatiUniti un adagio dice: “tutta la politica è locale”. Per gli islamisti militanti,
invece, tutta la politica è globale, perché il loro obiettivo finale è quello di dominare il mondo.
Ad alcuni potrebbe sembrare esagerata questa minaccia, dal momento che essa inizia su scala
ridotta. Essa è come un cancro che aggredisce una particolare e circoscritta parte del corpo, ma se è
lasciato incontrollato si sviluppa, genera metastasi su aree sempre più vaste. Per proteggere la pace
e la sicurezza del mondo, occorre rimuovere questo cancro prima che sia troppo tardi. Molti Paesi
che oggi sostengono la lotta contro l’ISIS, ieri hanno condannato Israele per aver affrontato Hamas.
Essi evidentemente non capiscono che ISIS e Hamas sono rami dello stesso albero velenoso.
ISIS e Hamas condividono un credo fanatico, che entrambi cercano di imporre ben oltre il territorio
sotto il loro controllo. L’auto-proclamato califfo Abu Bakr al-Baghdadi due mesi fa ha affermato:
“Arriverà presto il giorno in cui il musulmano camminerà ovunque come un padrone… I
musulmani faranno sì che il mondo ascolti e capisca il significato del terrorismo… e distrugga
l’idolo della democrazia”. Gli ha fatto eco Khaled Meshaal, il leader di Hamàs che ha un’analoga
visione: “Diciamo questo all’Occidente… Per Allah sarai sconfitto. Domani la nostra nazione
sederà sul trono del mondo”.
Hamàs ha come obiettivo statutario immediato la distruzione di Israele, ma ha pure un obiettivo più
ampio: la restaurazione del califfato. Hamas condivide le ambizioni globali dei suoi compagni
militanti islamici. Ecco perché i suoi sostenitori hanno selvaggiamente applaudito per le strade di
Gaza, quando migliaia di americani sono stati assassinati l’11 settembre 2001 e i suoi leader hanno
condannato gli Stati Uniti per l’uccisione di Osama Bin Laden, osannato come un guerriero santo.
Così, quando si tratta dei loro obiettivi finali, Hamàs è l’ISIS e l’ISIS è Hamàs.
È questo ciò che tutti i militanti islamisti hanno in comune: da Boko Haram in Nigeria a Ash-
Shabab in Somalia, da Hezbollah in Libano a An-Nusrah in Siria, dall’Esercito del Mahdi in Iraq ai
rami di Al-Qaeda in Yemen, Libia, Filippine, India e altrove. Alcuni sono sunniti radicali, altri sono
sciiti radicali. Alcuni vogliono ristabilire un califfato medievale come quello creato nel VII secolo,
altri vogliono innescare il ritorno apocalittico di un imam del IX secolo. Operano in terre diverse,
mirano a vittime diverse e addirittura si uccidono a vicenda nella loro ricerca della supremazia, ma
tutti condividono un’ideologia fanatica. Tutti cercano di creare enclaves in continua espansione
dell’Islàm militante, dove non c’è libertà e nessuna tolleranza, dove le donne sono trattate come beni
mobili, i cristiani sono decimati, e le minoranze religiose sono soggiogate, e a volte subiscono la
scelta terribile di convertirsi o morire. Per essi, chiunque può essere un infedele, persino i loro stessi
fratelli musulmani che non la pensano come loro.
L’ambizione militante dell’Islàm di dominare il mondo sembra folle. Ma così erano anche le
ambizioni globali di altre ideologie fanatiche di matrice occidentale che hanno inondato di sangue
l’Europa del XX secolo. I comunisti credevano nella dittatura globale del proletariato. I nazisti
credevano in una razza superiore dominatrice del mondo. Gli islamisti militanti credono in una fede
globale unica. Certo, non sono ancora d’accordo su chi tra loro sarà l’autorità suprema della fede
unica e questo è ancora il loro tallone d’Achille, ma se riescono a saldare le loro pretese il pericolo
diviene incombente. La lotta contro l’Islàm militante è ineludibile. Quando l’Islàm militante ha
successo in qualunque luogo, è incoraggiato ovunque. Quando subisce un colpo in un singolo
luogo, arretra dappertutto. Ecco perché la lotta di Israele contro Hamàs non è solo la lotta del
piccolo Stato ebraico. È pure la nostra lotta, la lotta dei Paesi liberi e tolleranti nei confronti
dell’assolutismo religioso uniformante. Israele sta combattendo oggi un fanatismo che noi
potremmo essere costretti a combattere domani e più tardi avverrà più complicato e difficile sarà.

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