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Siria, jihadisti avanzano nella zona nord di Kobane

Si arroventa il conflitto intorno alle sorti della città curdo-siriana di Kobane (Aïn al-Arab in arabo), assediata dai milizani dell’Isis, a due passi dalla frontiera con la Turchia. La città, stremata, e difesa casa per casa dai combattenti curdi, sopravvive attraversata da un inferno di fuoco. Quello delle armi pesanti e dell’artiglieria dei combattenti dell’Isis, e quello dei bombardamenti americani sulle postazioni dei jihadisti vestiti di nero. L’ultimo raid, stamattina, sembrava aver alleggerito la situzione dei resistenti. Ma l’Isis sarebbe avanzato nella zona nord di Kobane, secondo quanto scrive il New York Times citando ufficiali curdi. Anche l’Osservatorio siriano per i diritti umani, basato a Londra, che stamani aveva parlato di un arretramento conferma che l’Isis ha guadagnato terreno e ricevuto rinforzi.

Intanto la Turchia ha ordinato il coprifuoco e isolato tutta l’area curda del Paese, dopo i violenti incidenti di ieri: almeno 19 morti e decine di feriti durante i cortei che hanno attraversato il Paese (ma anche molte città europee). Inevitabile il conflitto di piazza tra i manifestanti curdi, i simpatizzanti filo-Isis dei partiti ultrà islamici in forte crescita anche in Turchia, e le forze di polizia di Ankara chiamate a mantenere l’ordine con metodi al solito vigorosi. Il leader del Pkk in carcere Abdullah Ocalan ha avvertito che se Kobane cadrà sarà la fine del processo di pace avviato due anni fa per porre fine a un conflitto che in 30 anni ha causato oltre 40.000 morti tra turchi e curdi. Intanto sul campo la situazione resta difficilissima.

Secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani, i raid notturni e mattutini dell’aviazione americana su Kobane hanno provocato il ritiro dei miliziani Isis. Il ripiegamento ha riguardato soprattutto l’area orientale della città e i suoi confini meridionali, dopo che lunedì jihadisti in nero – al termine di settimane di assedio e violenti combattimenti contro le unità di protezione del popolo curdo – avevano bucato le difese in molte zone della città.

Mustafa Ebdi, giornalista curdo e attiva a Kobane, ha scritto sul suo account su Facebook che le strade del quartiere di Maqtala, nella zona sud-orientale della città, sono “piene di cadaveri” e ha aggiunto che centinaia di civili sono ancora intrappolati in una “situazione umanitaria difficIle”, in cui “la gente ha bisogno di cibo e acqua”.

l martirio di Kobane sta intanto facendo esplodere la tensione in tutta l’area di confine: 15 milioni di curdi che il partito curdo legale Hdp ha mobilitato. In tutte le città curde i manifestanti hanno messo a ferro e fuoco edifici pubblici, bruciato auto e devastato le sedi del partito per la Giustizia e lo Sviluppo (Akp), che ha permesso a Erdogan di ‘regnare’ sul Paese senza interruzioni del 2002. Per la prima volta in vent’anni le autorità di Ankara hanno imposto il coprifuoco nelle sei province del paese a maggioranza curda, per tentare di riportare la calma.

A Diyarbakir, la “capitale” curda della Turchia, soldati e blindati pattugliano le strade della città di oltre un milione di abitanti, deserte dopo una notte di violenze e saccheggi. In città ieri otto persone sono state uccise e una ventina ferite, tra cui almeno due agenti di polizia, riferiscono i media turchi. Nel primo pomeriggio sono scoppiati i primi scontri tra dimostranti e polizia. In alcuni quartieri i militanti del Partito dei lavoratori del Kurdistan hanno sparato sulla polizia, che ha risposto al fuoco. Scontri altrettanto violenti sono avvenuti tra gli uomini del Pkk e i militanti dei partiti islamisti, come Huda-Par, accusati di appoggiare i jihadisti dell’Isis che prendono d’assedio la città curdo-siriana di Kobane, a ridosso del confine turco.

Il coprifuoco, mai imposto in Turchia dal 1992, quando la ribellione del Pkk toccava il suo culmine, resterà in vigore fino alle sei locali di domattina. La compagnia di bandiera Turkish Airlines ha annullato fino a nuovo ordine i voli su Diyarbakir e sulle altre città in cui vige il coprifuoco, Batman, Mardin, Mus, Van e Siirt. Le manifestazioni filocurde ieri sono sfociate in violenze non solo nel sud-est curdo, ma anche in città quali Istanbul, la capitale Ankara, Adana, Antalya e Mersin. Ieri la polizia ha fermato almeno 98 persone a Istanbul.

I curdi di Turchia accusano Erdogan e il premier Ahmet Davotoglu di subordinare l’intervento armato di terra a garanzie occidentali che l’odiato Bashar al-Assad non resterà alla guida della Siria e che, sistemata l’Isis, poi toccherà al tiranno di Damasco. Una garanzia che nessuno può dare, nel giorno in cui la Russia rivendica visione strategica e realpolitik di area: “I nostri partner occidentali hanno capito che non puoi sacrificare gli interessi della comunità mondiale al fine di rovesciare un regime” dichiara il ministro degli Esteri, Sergei Lavrov, convinto che “qualsiasi azione intrapresa per combattere questo cosiddetto Stato islamico, proprio come qualsiasi altra struttura terroristica, si fonda su una solida base del diritto internazionale, soprattutto con il consenso delle autorità legittime degli Stati sul cui territorio esiste una minaccia terroristica”. Vale a dire la Siria di Bashar al-Assad.

C’è poi naturalmente il fonte iracheno. Sette miliziani dello Stato islamico (Isis), tra cui un cittadino britannico, sono stati uccisi oggi in un raid aereo della coalizione internazionale in Iraq. Lo riferisce l’agenzia irachena Nina, citando fonti della sicurezza locali. L’attacco, in cui altri 11 jihadisti sono stati feriti, è avvenuto contro un convoglio nei pressi di Falluja, 60 chilometri a ovest di Baghdad, che dal gennaio scorso è nelle mani jihadisti. Il cittadino del Regno Unito ucciso è stato identificato come Abu Mohammaed al Britani. A 200 km da Baghdad l’Isis ha invece abbattuto un elicottero iracheno. Ufficiali e soldati sono tutti morti.

Secondo il Daily Telegraph e il Daily Mail, uno dei quattro arrestati ieri a Londra in una operazione antiterrorismo sarebbe un ex jihadista che ha combattuto in Siria e di recente era tornato nel Regno Unito. Decapitazioni e attentati erano il suo target. Ora eliminato.

Da ieri la coalizione internazionale anti-Isis si è intanto arricchiata della partecipazione canadese. Il parlamento di Ottawa con 157 voti a favore e 134 contrari, i ha approvato il piano del premier Stephen Harper, che prevede raid aerei per sei mesi (ma esclude l’invio di truppe).

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