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“Borbonica sotterranea”, alla scoperta dei “tesori” nel sottosuolo di Napoli

Anche nell’Italia della crisi c’è spazio per le favole; perché, se si vuole, tutto “si può fare”. Una di queste “favole”, per fortuna vera al cento per cento, l’hanno raccontata ai giornalisti stranieri appositamente invitati a Napoli – “perché si rendano conto che l’Italia non è soltanto mafia e politici parolai” – due geologi, Gianluca Minin e Enzo De Luca, in occasione della Settimana della terra (12 – 19 ottobre, www.settimanaterra.org) nel cui ambito vengono organizzati in tutta la Penisola, dal Brennero a Capo Passero, 152 eventi . Obiettivo: far capire agli italiani l’importanza di studiare e capire il pianeta, attraverso le geoscienze, allo scopo di vivere meglio su tutti i piani, da quello economico a quello spirituale. Ma torniamo alla nostra favola che, come tutte le favole, comincia proprio con il classico “C’ era una volta…”. E infatti, c’erano una volta i due geologi sopracitati ai quali, per lavoro, capitava di scendere nelle viscere della città di Napoli. E che, nel sottosuolo, tra la Reggia e il Maschio Angioino, nell’area del Tunnel borbonico, scoprirono come Napoli, come tanta altra Italia, non sia bella soltanto per quel che ci fa vedere in superficie ma anche per quello che di bello e di prezioso c’è sotto terra.

Un giorno, inoltrandosi in un crepaccio a partire dal Tunnel Borbonico, i due videro i gradini di una lunga scala scavata nella pietra dai “pozzari” che, da una quarantina di metri di profondità saliva verso l’alto; e vollero scoprire dove andava a finire. Ci vollero sei mesi per liberare la scala dalla terra che la ricopriva. In alto, ad un certo punto, si sentirono dei cani abbaiare. Dei cani sotto terra? Il mistero fu risolto quando, cercando in superficie nell’area del Monte Echia corrispondente allo scavo, si scoprì che il punto di arrivo della scala era sotto il pavimento di un palazzo, per l’esattezza di un ambulatorio veterinario. I cani sentivano scavare e abbaiavano; e il veterinario, che non sentiva quel rumore, non capiva perché lo facessero.

Oggi, quello studio veterinario – a un centinaio di metri da Piazza del Plebiscito, è uno dei due ingressi principali del Tunnel Borbonico, in pieno centro cittadino (l’altro è in via Domenico Morelli). L’esistenza del Tunnel Borbonico (di 12 metri di larghezza e altrettanti di altezza) – fatto scavare nel 1983 da Ferdinando II di Borbone per congiungere il Palazzo reale con quella che allora si chiamava Piazza Vittoria, vicina alle caserme e al mare, in caso di pericolo un’utile via di fuga – è nota da sempre, tanto che è stato utilizzato durante l’ultima guerra come rifugio antiaereo.

Poco e niente conosciuti, invece, le cisterne sotterranee – scavate nel tufo giallo caratteristico di Napoli – che fanno del sottosuolo del monte Echia, a 40/50 metri di profondità, un immenso gruviera. Invasi larghi fino a 30 metri e alti anche quaranta, vere e proprie cattedrali sotterranee, che fino alla costruzione di più moderni acquedotti sono stati le cisterne cui attingevano l’acqua prima i romani e poi via via gli altri abitanti di Napoli. C’era soltanto un problema: le cisterne erano praticamente interrate, piene di terra, detriti e residuati dell’ultima guerra.

Gianluca Minin e Enzo De Luzio – con una trentina di volontari, dai mestieri più diversi ma tutti appassionati di geologia, si rimboccarono le maniche e si misero al lavoro. A furia di fine-settimana lavorativi, le cisterne sotterranee sono state svuotate, automobili, scooter e mezzi meccanici degli eserciti italiano e tedesco sono stati disseppelliti e sono in corso di restauro. Come attrezzi e altri oggetti (tra c- ui una grande giara) del periodo borbonico. “Tutto fatto da noi appassionati, senza alcun contributo pubblico” dicono i due, che ora mettono l’intera questa Napoli riscoperta “a disposizione dei napoletani”.

L’idea dei due geologi ha un nome – “Borbonica sotterranea” – e prevede la realizzazione di una struttura turistica in grado di valorizzare una porzione del sottosuolo di Napoli, che è di valenza storica, rendendo visibili le opere realizzate dai Borboni e la loro interconnessione con la preesistente rete di acquedotti del Seicento. Nelle “cattedrali” sotterranee si prevede l’organizzazione di eventi, dalle sfilate di moda ai convegni. Una parte del Tunnel comincia ad essere aperta ai croceristi delle navi che fanno scalo a Napoli: un percorso, in parte in barca e a lume di candela, attraverso un tunnel navigabile, che fu realizzato a metà e poi abbandonato (per la serie: corruzione & bustarelle), che sarebbe dovuto servire alla realizzazione di una metropolitana in vista dei mondiali di calcio del 1990.

La nostra “favola” ha già, oggi, un lieto fine: l’iniziativa – realizzata senza un solo euro pubblico – di Minin e De Luzio dà lavoro ad una ventina di giovani (guide e hostess) e di artigiani che lavorano al restauro degli oggetti recuperati, che saranno esposti nell’area del Tunnel borbonico. Non resta ora che sognare un lieto fine ancora più bello: che chi governa la città di Napoli si renda conto del “tesoro” che ha nel sottosuolo e, invece di gettare soldi in iniziative estemporanee dai risultati imprevedibili, elabori piani di sviluppo turistico-culturali capaci di dare risultati ancora più consistenti sottoforma di posti di lavoro. Una sorta di “miracolo napoletano”, insomma.

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