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FESTIVAL DI ROMA/ Lo stillicidio silenzioso dell’Alzheimer in “Still Alice”

Oltre 36 milioni di persone in tutto il mondo sono affette da Alzheimer. Di queste più di 5 milioni sono americane. L’Alzheimer è la sesta causa di morte negli Stati uniti. Entro il 2050 1 persona su 85 sarà colpita dalla malattia. Sono numeri che descrivono un genocidio inarrestabile e silenzioso. Eppure della demenza degenerativa scoperta nel 1906 dallo psichiatra e neuropatologo tedesco Alois Alzheimer – da cui la patologia ha preso il nome – si sa ancora poco o nulla. Non esiste prevenzione, non c’è una cura, e chi è malato finisce per transitare in una zona d’ombra dalla quale non ritornerà più. Le persone affette di Alzheimer non parlano della loro condizione: inizialmente perché se ne vergognano (il male, con le sue amnesie e i suoi continui farfugliamenti, ha qualcosa di comicamente sinistro, che espone al ridicolo chi ne è portatore), poi perché non ne sono più capaci. Perciò è tanto più prezioso il contributo di un film come ‘Still Alicè, in cui il decorso della malattia e le sue conseguenze vengono isolati e descritti con precisione. Tratto dal bestseller omonimo di Lisa Genova (tradotto in Italia con il titolo ‘Perdersì) e presentato nella sezione Gala del festival di Roma, il drama di Richard Glatzer e Wash Westmoreland è totalmente incentrato su una donna – un’insegnante universitaria interpretata da una bravissima Julianne Moore – cui viene diagnosticato il morbo, distinguendosi in questo dai precedenti approcci cinematografici al tema come ‘Away From Her’ di Sarah Polley e ‘Amour’ di Haneke, in cui l’Alzheimer fungeva più che altro da espediente tematico/simbolico per raccontare altro.
A Roma per presentare ‘Still Alicè – che sarà distribuito in Italia dalla Good Films – c’è solo uno dei due registi, Westmoreland, circostanza che nasconde un triste risvolto, perché a Glatzer è stata diagnosticata la SLA prima di cominciare le riprese: «Una settimana prima della pre-produzione Richard aveva già braccia e gambe che non si muovevano quasi più – ricorda Westmoreland – Non riusciva più a mangiare e a vestirsi da solo, riusciva giusto a muovere il dito. Ma nonostante tutto, venne sul set ogni giorno per dirigere il film, a dispetto di tutte le enormi difficoltà fisiche». «Questa cosa ha avuto una grande influenza sul set -sottolinea Westmoreland- perché era proprio di questo che il film parlava. Anche se l’Alzheimer e la Sla sono due malattie opposte: una attacca la cognizione e inizialmente lascia intatto il corpo; l’altra lascia intatto l’intelletto, mentre il corpo…Eppure entrambe hanno qualcosa di atroce in comune: cancellano il senso dell’identità». Westmoreland racconta poi come il processo di lavorazione abbia avuto un impatto enorme su Glatzer, fin dalla lettura del libro: «Leggendo i primi capitoli, trovavamo delle similarità che ci erano familiari in maniera inquietante: il neurologo dal quale si reca Alice inizialmente le rivolge le stesse domande che Richard si era sentito chiedere all’inizio dei suoi esami; e il crescente senso di terrore che accompagnò la diagnosi, la sensazione di avere le ali tarpate, nel momento in cui la vita aveva acquisito la sua totale pienezza, erano gli stessi che aveva provato lui». Eppure, continua, «c’è qualcosa che ispira moltissimo in Alice, nella sua tenacia, nella sua forza di volontà, nel modo in cui non si arrende».

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