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Il Canaletto per un mese al Museo del Duomo di Milano

Il Grande Museo del Duomo di Milano accoglierà da mercoledì prossimo, 22 ottobre al 23 novembre la celebre tela «Il Canal Grande verso il bacino di San Marco e la Chiesa della Salute» di Antonio Canal detto il Canaletto. L’esposizione è frutto della collaborazione tra la Veneranda Fabbrica del Duomo di Milano, Philippe Daverio e Fondaco, società veneziana di comunicazione nel settore dell’arte. Il dipinto sarà esposto per la prima volta all’interno di una nuova sala del Grande Museo del Duomo di Milano che il Consiglio d’Amministrazione della Veneranda Fabbrica ha voluto intitolare a Gian Galeazzo Visconti e che sarà inaugurata per la speciale occasione. «La Veneranda Fabbrica -dichiara Angelo Caloia, presidente della Veneranda Fabbrica- rende omaggio alla figura di Gian Galeazzo Visconti, Signore di Milano, che nel 1387 ne istituì il governo al fine di progettare e costruire la Cattedrale, simbolo della città dell’Expo2015, donando alla stessa le Cave di Candoglia, da cui ancora oggi sgorga il bellissimo marmo lavorato dai nostri Cantieri. Una collocazione ideale per il capolavoro del Canaletto, che entra in Museo grazie alle più avanzate tecnologie, per ricreare la stessa emozione provata dall’artista nel contemplare la bellezza di Venezia. La meraviglia del Duomo incontrerà così la bellezza dei canali della Laguna, in un momento emozionale che va oltre la semplice visita».
Il Canal Grande verso il bacino di San Marco e la Chiesa della Salute», restaurato, sarà infatti arricchito da un video firmato dal regista Francesco Patierno che accompagnerà il pubblico in un vero e proprio viaggio all’interno del dipinto e dei dettagli delle magnifiche architetture che fanno da palcoscenico alla straordinaria quotidianità di una città vivacissima e ancora grande Capitale. Una speciale proiezione, inoltre, guiderà lo spettatore alla scoperta della Venezia di oggi dallo stesso punto di veduta del Canaletto in esposizione. Un viaggio in loop dall’alba al tramonto che sovrappone i piani dell’irreale e del reale, della storia e della contemporaneità, in un gioco di rimandi e di atmosfere veneziane. Un incontro, quello tra arte e tecnologia, affrontato ante litteram dal Canaletto, primo ad avere l’intuizione dell’utilizzo della camera ottica e dei prismi per garantire la prospettiva rispetto allo sguardo degli occhi. Per questo motivo, il Canaletto è considerato il primo artista «fotografo». Per l’occasione sarà esposto il preziosissimo volume del 1754 di Antonio Visentini Urbis venetiarum celebriores ex Antonii Canal Tabuils, all’interno del quale è inserita l’incisione del quadro. Tutto ciò sarà possibile grazie alla disponibilitàdella Cassa di Risparmio di Venezia che ha concesso il prestito dell’opera. Il dipinto proviene dalla raccolta di Spencer Hall di Malmesbury e venne acquistato dalla Cassa di Risparmio di Venezia all’asta nel 1972, col supporto dei pareri di Pallucchini, Ivanoff e Mazzariol (i cui pareri scritti sono conservati nell’archivio della Cassa di Risparmio di Venezia). La veduta è una replica autografa del rispettivo prototipo conservato nelle collezioni reali di Windsor.
Questa faceva parte della celebre serie di quattordici vedute del Canal Grande realizzata nel 1729-­1730 per il console inglese Joseph Smith. A conferma dell’importanza della serie, dodici delle quattordici vedute di Canaletto furono disegnate ed incise da Antonio Visentini per il Prospectus Magni Canalis Venetiarum, pubblicato presso Pasquali nel 1735, serie in cui figura la rappresentazione in esame. Mazzariol e Pignatti convergono sostanzialmente sulla datazione e le considerazioni critiche. Il primo riferisce la veduta del bacino di San Marco, agli anni 1745-­1750, ponendola circa un decennio dopo quelle di Windsor. Mentre nei dipinti inglesi le figure appaiono caratterizzate da una maniera disegnativa e le architetture sono strettamente funzionali alla costruzione scenografica della veduta (Mazzariol), nelle tele veneziane si nota l’ampia prospettiva stereoscopica all’interno della quale le figure contribuiscono a creare il generale effetto luminoso. Nella veduta del bacino marciano le figure compongono una trama di richiami luminosi, dislocati in modo da intrecciarsi con gli altri, creando – scriveva Mazzariol – i «punti» magici di quella scacchiera urbana, dalla quale emergono incantati personaggi, le singole architetture veneziane del Bacino di San Marco, osservate nella memoria come un «continuum» interposto tra le due liquide stesure del cielo e delle acque: di qui l’eco solenne della grande cupola« di Santa Maria della Salute di Baldassarre Longhena, »che si smorza nell’ombra dorata del portale di destra: riflessione privata, quasi personale nell’economia di una ‘visionè appassionatamente obbiettiva«.

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