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EGITTO/ Sinai da anni nel mirino del terrorismo

La strage dei 30 soldati uccisi nel nord del Sinai nel fine settimana in attacchi rivendicati più o meno indirettamente dall’Isis (ad operare sarebbero stati elementi del gruppo basato in Egitto Beit al Maqdis, i Partigiani di Gerusalemme) è soltanto l’ultimo di una lunga serie di episodi luttuosi della vita in quell’area. Azioni violente, con attacchi a caserme ed a posti di polizia erano cominciati già negli ultimi tempi del regime del rais Mubarak. Ci furono attentati a Taba, a Sharm El Sheikh, a Nuweiba, con la morte di decine di turisti, anche se non sempre le matrici furono chiaramente identificabili. Anche in passato le tribù beduine della penisola avevano accusato il governo centrale di disattenzione verso le loro richieste di assistenza ed i loro bisogni. Si erano sviluppate così attività spesso illegali, dalla coltivazione della canapa indiana, di cui alcune aree del Sinai sono state per anni produttrici intense, al traffico di armi e di immigranti, al sequestro di comitive di turisti che si recavano a visitare il monastero di Santa Caterina. Nel 2013 ci fu persino un generale in pensione che intentò un’azione legale contro lo stesso monastero: sostenendo che il complesso, costruito nel sesto secolo dall’imperatore Giustiniano, nascondeva il sito del punto in cui secondo la leggenda Mosè fece sgorgare acqua per dissetare gli ebrei in fuga dall’Egitto, l’ufficiale accusò i 25 monaci greci che vi risiedevano di minacciare la sicurezza nazionale, in quanto stranieri. Chiese perciò la demolizione della costruzione, che sorge ai piedi del monte Sinai sul quale Mosè, secondo la Bibbia, avrebbe ricevuto da Dio le tavole dei dieci comandamenti. Il contesto degli attentati della settimana scorsa, si è aggravato poco alla volta dalla rivoluzione di piazza Tahrir del 25 gennaio 2011. Nei giorni successivi cominciarono gli attacchi contro la condotta che dal nord del Sinai porta gas in Giordania e Israele. Seguirono poi attentati a sedi militari – anche quelle degli Osservatori della Forza Multinazionale (Mfo) – e della polizia, con l’uccisione di decine di uomini. Uno dei più gravi nella penisola arrivò poco lontano da Sharm al Sheikh, con un’autobomba che provocò la morte di cinque agenti nella sede della sicurezza di El Tour. Fonti giornalistiche hanno spesso individuato tra le origini delle violenze i disagi delle popolazioni del nord del Sinai, dove il reddito medio annuale si calcola sia al livello di 300 dollari Usa, rispetto a quello stimato del centro del paese, di circa 1.400 dollari. Ma anche il rapporto del governo con la confinante Striscia di Gaza e gli esponenti di Hamas che la controllano (riavvicinati durante la presidenza Morsi nel 2013 ed ora di nuovo guardati con preoccupazione dal presidente Sisi ed il suo governo) è un’altra fonte di stress per gli abitanti del nord della penisola. In tema, poi, di cultura religiosa avrebbero subito l’influenza dei vicini islamisti, così come di molti emigranti rientrati dopo anni di lavoro e di indottrinamento wahabita in Arabia Saudita. Ciliegina sulla torta sembra essere il risentimento sollevato dalla convinzione diffusa di un accordo di cui si era parlato già durante la presidenza Morsi e che di recente la stampa israeliana ha attribuito anche a Sisi, smentito però come «assolutamente infondato» dalle fonti ufficiali: l’Egitto avrebbe offerto ai palestinesi un’area del Sinai di 1.600 chilometri – riporta un articolo dell’Osservatorio di politica internazionale Bloglobal – che estenderebbe di circa cinque volte il territorio attuale della Striscia di Gaza. Parte della popolazione vi verrebbe trasferita per alleggerire la pressione ai confini di Israele. In cambio l’Autorità Nazionale Palestinese rinuncerebbe alla richiesta di sempre, sempre respinta da Israele: riportare i confini dei territori occupati a quelli antecedenti la guerra del 1967. Esista o meno un piano di questo tipo, è certo che l’area del Sinai, di cui da poco è stato festeggiato l’anniversario della riconquista egiziana, avvenuta nel 1973, è ora al centro di molte attenzioni. E gli osservatori internazionali escludono che il decreto presidenziale che due giorni fa ha istituito lo stato di emergenza in quell’area per tre mesi sia sufficiente a ridurre le tensioni, se non sarà accompagnato da provvedimenti di natura socio-economica vantaggiosi per quelle popolazioni.

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