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SCHEDA/ Cucchi, sette giorni affidato allo Stato. Errori e lacune

Carabinieri, agenti penitenziari, un giudice, medici e infermieri. Stazioni dell’Arma, ospedali, un carcere. Questo lo Stato al quale per sette giorni fu affidato Stefano Cucchi, detenuto e malato. Sette giorni nei quali il geometra romano ha visto le sue condizioni fisiche deteriorarsi, a seguito di lesioni riportate in un pestaggio, fino a morire in ospedale. Giorni nei quali furono commessi anche errori e sviste – come ha più volte ripetuto la sorella Ilaria – che segnarono anche la fase istruttoria di un inchiesta lunga e difficile. Il calvario di Cucchi comincia il 15 ottobre del 2009: viene fermato dai carabinieri mentre viene visto cedere droga in cambio di denaro. Trasferito nella stazione dell’Arma di Appio Claudio, viene perquisito e trovato in possesso di droga. Viene quindi portato, per mancanza di posti, nella caserma di Tor Sapienza. Nella notte si sente male, dà in escandescenze e viene chiamata un’ambulanza. Nel verbale d’arresto il primo errore: i carabinieri scrivono che era nato in Albania il 24 ottobre del 1975 e che viveva in Italia senza fissa dimora. Dopo avere trascorso la notte in caserma Cucchi il giorno dopo, 16 ottobre, alle 9 del mattino viene trasferito in tribunale per l’udienza di convalida. Mentre si trova nelle celle di sicurezza in attesa dell’udienza, secondo quanto accertato nel processo di primo grado, viene picchiato. Alcuni testimoni, tutti detenuti che erano in attesa nelle celle sotterranee di piazzale Clodio, confermano il pestaggio. E qui si inserisce uno dei punti oscuri della ricostruzione: a chi era affidato Cucchi quando ci fu il pestaggio? Ai carabinieri che lo fermarono e accompagnarono a Piazzale Clodio o alla Polizia penitenziaria? «Di Cucchi ricordo solo di averlo visto dopo l’udienza di convalida, da quel momento è entrato nella mia competenza, prima provvedevano i carabinieri», ha ribadito nelle sue dichiarazioni spontanee uno degli agenti Nicola Minichini. Ma alcuni testimoni, tra i quali un detenuto gambiano, indicarono come gli autori del pestaggio gli agenti della penitenziaria. Fatto sta che Stefano arriva davanti al giudice con difficoltà motorie ed evidenti ematomi intorno agli occhi. Pochi minuti prima era riuscito a scambiare qualche parola con il padre assicurandogli che non era stato picchiato. In giudizio viene difeso da un avvocato d’ufficio. Il giudice fissa una nuova udienza e conferma il carcere per Stefano anche perchè secondo il verbale era senza fissa dimora. Cucchi viene quindi trasferito alle 15.45 nel carcere di Regina Coeli: in base ai documenti dell’inchiesta in carcere non gli vengono riscontrati traumi fisici, altra svista. Ma le condizioni del giovane peggiorano e per questo alle 20 viene trasportato in ambulanza all’ospedale Fatebenefratelli: qui i medici accertano invece una frattura vertebrale. «Gli proposi di rimanere da noi con una prognosi di 25 giorni. Lui rifiutò», disse uno dei medici del Fatebenefratelli in aula. Il 17 ottobre alle 12.15 Cucchi torna in ospedale e appare ai medici «molto sofferente». Viene quindi disposto il trasferimento nel reparto protetto dell’ospedale Pertini che avviene alle 19. Ai genitori che vogliono incontrarlo viene imposto il divieto: l’ok del giudice arriverà solo il giorno della sua morte. Nei giorni del ricovero Cucchi chiede di parlare con il proprio avvocato o con un assistente del centro di tossicodipendenza. Una richiesta mai evasa e che, anche se verbalizzata sul diario clinico, non fu mai inoltrata. Le condizioni di salute continuano a peggiorare: Stefano muore il 22 ottobre. «Morì di fame e si sete e per la negligenza dei medici», sancì una perizia. Al momento del decesso pesava appena 37 chilogrammi, ne pesava 43 al suo arrivo a Regina Coeli.

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