| categoria: economia

Gli ottant’anni di Carlo de Benedetti, mai in politica

Non è mai sceso ufficialmente in politica e la storia dell’iscrizione al Pd con la tessera numero 1 è stata da lui stesso definita una leggenda. Eppure Carlo De Benedetti non ha mai fatto mancare i suoi giudizi taglienti su personaggi e scelte dei vari governi e nell’immaginario collettivo è considerato l’eterno avversario, forse il principale, di Silvio Berlusconi: da un lato il Lodo Mondadori, che lo ha visto contrapposto al Cavaliere in una lunga disputa giudiziaria, dall’altro l’avventura editoriale con La Repubblica, accusata per anni da Forza Italia di essere il vero partito d’opposizione. De Benedetti è questo, ma anche molto altro. Durante cinquanta degli ottanta anni che compie domani, ha segnato la storia imprenditoriale italiana, iscrivendosi tra gli uomini d’affari più influenti del Paese. L’Ingegnere, come è chiamato per il suo titolo di studio, non è identificabile con un solo settore, perchè è stato l’Olivetti, la telefonia mobile con Omnitel quando questa era ancora avanguardia, ma anche l’industria tradizionale con la componentistica auto e quella dell’era internet con le varie attività avviate negli anni Novanta fino all’ingresso nell’energia. L’avventura editoriale è centrale nella sua vita, tanto che nel 2009, quando decide di lasciare tutte le cariche delle sue imprese, consegnandole in mano ai figli, mantiene comunque un ruolo, anche formale, nel Gruppo Espresso e assicura che quell’attività non sarà dismessa almeno fino a quando rimarrà in vita. Torinese, è naturalizzato svizzero: oltreconfine si trasferisce con la famiglia durante le leggi razziali (il padre era ebreo) e, quando decide di prendere la seconda cittadinanza, è accusato di farlo per ragioni fiscali, ma la circostanza è da lui sempre negata. Il debutto professionale avviene nel 1959 nell’azienda paterna, la Compagnia Italiana Tubi Metallici Flessibili. Impresa valorizzata fino all’acquisizione nel 1972 della Gilardini, che De Benedetti guida fino al ’76 come presidente e amministratore delegato. Proprio in quell’anno diventa amministratore delegato della Fiat anche grazie all’appoggio di Umberto Agnelli. Una esperienza di soli quattro mesi, un rapido divorzio che sorprende e attira su di lui ancora di più l’attenzione del mondo economico. Con la vendita della sua quota in Fiat, avuta in cambio del conferimento della Gilardini nel gruppo torinese, emerge quello che sarà poi il cuore finanziario del suo impero, la Cir (Compagnie Industriali Riunite), di cui assume il controllo nel novembre del 1976. Gli investimenti della compagnia si diversificano rapidamente: ad esempio con la Sasib e l’Euromobiliare, una delle grandi finanziarie italiane. In quegli anni l’Ingegnere lega il suo destino a quello dell’Olivetti, una delle imprese italiane più conosciute nel mondo, diventandone nel 1983 presidente e amministratore delegato. Non tutte le sue iniziative hanno successo: entra in Buitoni-Perugina e contratta nel 1985 con Romano Prodi l’acquisto dall’Iri del gruppo alimentare Sme. L’affare viene bloccato dalle forze politiche e sfuma. Guai arrivano anche per il rapido passaggio nel Banco Ambrosiano di Calvi. De Benedetti apporta capitali e viene nominato vicepresidente nel novembre 1981: dopo pochi mesi cede la sua quota ed esce. Anni dopo questo passaggio gli sarà imputato in sede giudiziaria, dopo il crack del vecchio Ambrosiano. Altro epico scontro è quello legato alla guerra di Segrate per il controllo della Mondadori, scoppiata nel 1991 e spiegatasi anche nelle aule dei tribunali. Un conflitto che porta al riconoscimento del maxi-risarcimento di 500 milioni di euro alla Cir. Da quella guerra nasce la spartizione che segna la storia dell’editoria italiana con il Gruppo Espresso nelle mani di De Benedetti e la Mondadori nell’orbita di Berlusconi.

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