| categoria: sanità

Protesi d’anca a bambina che ancora non cammina, è il primo caso

Un raro tumore osseo le aveva attaccato il femore quando ancora non camminava. Dalla Grecia i suoi genitori hanno deciso di portarla al Rizzoli di Bologna, dove si è tentata una via mai percorsa nell’ortopedia internazionale: impiantare una protesi all’anca di un bebè di appena 17 mesi che ancora non sa stare in piedi. È andata bene. Zoe adesso ha due anni e mezzo. La sua battaglia non è ancora finita. Ma cammina. Dietro questo risultato c’è un’equipe che ha saputo unire clinica, ricerca e sperimentazione. Un meticoloso lavoro è stato fatto dai medici e dai laboratori dell’Istituto, da sempre centro d’eccellenza dell’ortopedia mondiale. Col supporto della Banca dell’Osso è stato fatto un vero e proprio lavoro ‘su misurà, progettando e modellando la protesi sulla paziente, visto che in commercio non se ne trovano di così piccole. Ad operarla è stato Marco Manfrini, che coordina il Centro di riferimento specialistico terapie chirurgiche innovative nei sarcomi muscolo-scheletrici dell’età evolutiva della Clinica Ortopedica III a indirizzo oncologico, del prof.Davide Maria Donati. È un innovatore: a cercarlo sono stati gli oncologi di Atene che avevano in cura Zoe. Ai genitori ha detto quello che ha ripetuto a tanti altri mamma e papà: «Dico loro che quello che faccio al loro figlio a volte non l’ho mai fatto prima, spesso non l’ha mai fatto nessuno». Loro hanno risposto, «qualsiasi cosa, basta che siamo d’accordo». La malattia si era manifestata quando la bimba aveva 13 mesi. Zoe aveva provato a camminare, era caduta. Il femore si era fratturato. Dopo erano arrivati biopsia, chemioterapia, gesso. A Bologna con l’intervento si doveva prima eliminare la parte di femore attaccata dal tumore e poi sostituirla. «Ma dovevamo capire come, visto che nella letteratura scientifica non ci sono casi d’impianto di protesi d’anca in pazienti così piccoli, non ancora in grado di camminare», spiega oggi Manfrini. I medici allora hanno iniziato a studiare con gli ingegneri un modello 3D: «Abbiamo progettato, sulla base dell’anatomia della paziente, un modello virtuale della sua anca – spiega Manfrini – prevedendo l’inserimento di un innesto osseo, cioè tessuto osseo proveniente da donatore che consente di asportare solo la parte malata, e di una piccola protesi. Grazie a questo studio preliminare abbiamo constatato fin da subito che la protesi era troppo lunga per una bimba di diciassette mesi e che sarebbe stato necessario tagliarla: l’abbiamo fatto in sala operatoria, e sempre in sala è stato preparato l’innesto osseo, che doveva essere ‘modellatò secondo il progetto di laboratorio». Si è lavorato su dimensioni da miniatura: una bimba di 17 mesi ha un femore di 17 cm, la parte ricostruita è i 4/5. Del femore è stato salvata la parte terminale che arriva al ginocchio, che ha già consentito all’osso di riprendere a crescere. A dieci mesi dall’intervento Zoe cammina. La sua battaglia col tumore non è finita, anche se un anno è passato «e questo è un segno molto buono». Forse in futuro anche la protesi dovrà essere rioperata. Ma è viva. E Manfrini, che si definisce un ‘artigiano dell’ossò («vorrei chiedere la tessera onoraria della Cna, lavoro l’osso come un falegname», dice ridendo animato da una robusta dose di autoironia) è palesemente soddisfatto. Qualche tempo fa dalla Grecia gli è arrivato un video con una bimba che sgambetta, ed «ho avuto una bella scarica di adrenalina positiva». A chi ha un figlio malato di tumore questo medico, che usa le ossa come il legno e ama pensare alla favola di Pinocchio, vuol dire «che siamo messi molto meglio che 30 anni fa. Che dobbiamo cercare di essere messi meglio tra 10 anni. Ci sono i mezzi, anche se c’è ancora molta strada davanti a noi».

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