| categoria: sanità

Carceri, è allarme per le malattie infettive

È allarme per le malattie croniche infettive nelle carceri italiane. A denunciarlo sono gli infettivologi che avvertono come la diffusione stimata tra il 30 ed il 40% dell’infezione da epatite C tra i detenuti appaia oggi «la prima emergenza sanitaria da affrontare in questo ambito». È partendo da tali dati che la Società Italiana di Medicina e Sanità Penitenziaria (SIMSPe-onlus) e la Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali (SIMIT) hanno presentato oggi l’edizione 2015 de ‘La Salute non Conosce Confinì, campagna d’informazione e sensibilizzazione sulle patologie infettive croniche negli istituti penitenziari italiani. Il progetto, sostenuto da quattro anni da un contributo di società private farmaceutiche, ha permesso la produzione dei dati più recenti sulla diffusione delle malattie infettive nelle carceri dopo il transito delle competenze sulla Sanità Penitenziaria dal ministero della Giustizia al Servizio sanitario nazionale. I dati, avvertono gli esperti, dimostrano come anche per le altre patologie infettive la diffusione risulti preoccupante: oltre la metà delle persone detenute risulta infatti venuta a contatto con il virus dell’epatite B, anche se coloro che risultano portatori attivi di malattia si attestano intorno al 5-6% dei presenti. I test di screening cutanei sulla tubercolosi, che non rilevano la malattia attiva ma permettono di identificare i portatori dell’infezione, risultano 15-20 volte superiori alla popolazione generale e, tra i detenuti stranieri, oltre la metà risultano positivi. Anche l’infezione da HIV è ancora oggi ampiamente diffusa tra le persone detenute tossicodipendenti, con prevalenze maggiori del 20% sulla popolazione generale. Le malattie a trasmissione sessuale appaiono frequenti e la sifilide, in particolare, «pur interessando non più del 2-3% dei presenti, mostra un tasso di inconsapevolezza dell’85%». «La prossima introduzione di nuovi farmaci per il controllo di alcune di queste infezioni – è l’auspicio degli infettivologi – potrebbe permettere una loro cura già durante il periodo detentivo».

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