| categoria: politica

Minoranza Pd prova a riunirsi, i renziani vanno all’attacco

La prima istantanea la scatteranno domani. Civati, Cuperlo, Fassina, il bersaniano D’Attorre, la bindiana Miotto. Spalla a spalla a presentare i loro emendamenti unitari alla legge di stabilità. Potrebbe essere il primo passo verso la riunificazione delle diverse anime della minoranza Pd in un’area della sinistra del partito «alternativa al renzismo». Francesco Boccia, tra i fautori dell’iniziativa, lo immagina come un «coordinamento» di chi «non si arrende al pensiero unico» della maggioranza dem. Un’alleanza sui provvedimenti che avrà come approdo, anticipa Alfredo D’Attorre, «una grande iniziativa pubblica», magari a inizio 2015. E che fin d’ora si traduce nella richiesta al segretario di convocare un congresso, nel caso in cui nel 2015 – questo il sospetto diffuso – si vada a elezioni anticipate. Un’idea «fantasiosa», secondo il renziano Francesco Carbone. I cittadini attendono fatti concreti, non discorsi «autoreferenziali» sul partito, sottolinea Maria Elena Boschi. E ribadisce che nel Pd non ci sarà alcuna scissione. Ma l’ostacolo più grande alla realizzazione del progetto della sinistra dem sembra annidarsi all’interno della stessa minoranza, in quella parte di Area riformista che non nasconde le perplessità sulla nascita di un «correntone» antirenziano. Perchè non c’è bisogno di «unire le minoranze interne contro l’operato di Matteo Renzi, ma di un sano e proficuo rapporto dialettico», riassume Dario Ginefra. Rischia di essere controproducente innalzare barricate antirenziane nel Pd, condividono gli esponenti più ‘moderatì di Area riformista. Che non nascondono l’irritazione per le parole di Francesco Boccia in un’intervista ad Huffington Post: «Anche i bersaniani, dopo i Giovani turchi», osserva il presidente della commissione Bilancio, «sono entrati in maggioranza», come dimostrano le parole pronunciate da Speranza e Martina sabato a Milano. Al contrario, Area riformista resta saldamente nella minoranza e lavora con successo per ottenere miglioramenti ai provvedimenti, è la replica di chi è vicino a Roberto Speranza: si veda la mediazione ottenuta sul Jobs act. Ma proprio sulla delega lavoro la frattura interna alla minoranza rischia di venire allo scoperto. Perchè la mediazione raggiunta rischia di non soddisfare tutti. E qualcuno si starebbe già orientando a votare la fiducia al governo ma non il provvedimento. Gli altri fronti aperti sono quelli di legge elettorale, riforma costituzionale e della legge di stabilità. Ed è sulla manovra che la minoranza ‘unità, sottolinea Civati, dimostrerà domani in una conferenza stampa congiunta sui propri emendamenti, che «i gufi aprono le ali», non «contro Renzi ma per il Paese». A Civati, l’unico a non escludere apertamente come estrema ratio l’uscita dal partito, il ministro Boschi risponde: «Non credo ad una ipotesi di scissione» e «credo che i primi ad essere stanchi di continue minacce interne siano gli stessi elettori» democratici. Ma il deputato dem ribatte per le rime che il governo «semplicemente preferisce ascoltare Sacconi» e chi è al vertice del Pd non si preoccupa di perdere i «voti della sinistra». C’è una dolorosa diaspora in corso anche secondo Livia Turco, non più parlamentare, che si commuove in tv al pensiero che la sinistra venga definita un «ferro vecchio». Nessuna diaspora, ribattono i renziani: anche un Pd in calo nei sondaggi al 36% sono un «buonissimo risultato», taglia corto Boschi, e i sondaggisti a volte «sbagliano». Quanto alla richiesta di congresso in caso di voto anticipato, avanzata da Boccia e sostenuta da D’Attorre, Carbone replica: «Si armino di pazienza fino al 2017, non ci sono elezioni in arrivo. Se la minoranza vuole proseguire con questo clima da congresso permanente, non fa altro che danneggiare il partito e il confronto interno».

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