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Bonaccini, presidente in Emilia Romagna con l’onta dell’astensione

Riconquistare da presidente la fiducia di quei cittadini che non ha saputo conquistare da candidato. È la sfida che attende Stefano Bonaccini, il nuovo presidente della Regione Emilia-Romagna. L’affermazione del centrosinistra, in termini percentuali, non sarebbe stata nemmeno pessima: con un 49% finale, alla fine ha staccato di oltre venti punti il diretto concorrente, il leghista Alan Fabbri. Ma quel 37,8% di affluenza pesa sui primi passi del presidente dell’epoca post-Errani. Nel Pd, infatti, non c’è una gran voglia di festeggiare. Certo, Renzi ha pienamente legittimato la vittoria, pur non trascurando i dati sull’affluenza, e guardando alla composizione del nuovo consiglio regionale ci sarebbe di che gioire: 30 consiglieri su 50 (più i due dell’alleato Sel), con un’opposizione inesperta e frastagliata. Ma in attesa di cominciare il nuovo corso del governo regionale, di formare le squadra e di dare il via ad una nuova stagione, c’è una domanda che attanaglia Bonaccini e il Pd. Ovvero perchè centinaia di migliaia di elettori, praticamente uno su due di quelli che appena sei mesi fa incoronarono Renzi alle europee, hanno deciso di non puntare il loro voto sulla sfida di Bonaccini. La mancanza di un traino nazionale, la percezione di una sfida dall’esito scontato, la disaffezione per le indagini che hanno messo sotto inchiesta la gran parte dei consiglieri regionali uscenti per i fondi dei gruppi consiliari sono stati tutti motivi che però, da soli, spiegano solo un pezzo della verità. Ma riguardano, trasversalmente, chi più e chi meno, tutti i partiti. Ma l’astensionismo record fa male soprattutto al Pd, perchè azzoppa una vittoria e perchè non è difficile leggerci in controluce il complicato rapporto con il sindacato. Le parole di Renzi al Paladozza, nella tappa elettorale del premier a Bologna che non ha fatto sconti alla Cgil, hanno probabilmente alienato al Pd le simpatie di un pezzo dell’elettorato di sinistra. Il reggiano Maurizio Landini, segretario della Fiom, non ha ingrossato le file dell’astensionismo, ma ha avvertito che quando non votano «due milioni e più di persone, vuol dire che c’è qualcosa che non funziona più, vuol dire che chi fa politica si deve render conto che è lontano dalla gente». Ancora più duro il segretario regionale dei meccanici della Cgil Bruno Papignani, che ha consigliato a Bonaccini di governare per un anno e poi passare la mano. Il giorno dopo le elezioni che passeranno alla storia come le meno partecipate della storia dell’Emilia-Romagna a far festa però è la Lega Nord. Matteo Salvini si è dato da fare moltissimo nella campagna elettorale per Alan Fabbri ed ha raccolto il risultato, superando il Movimento 5 Stelle, doppiando Forza Italia e portando in consiglio regionale un drappello di nove leghisti. Un trampolino ideale per conquistare la leadership del centrodestra.

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