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Jobs Act. Sì dalla Camera.Strappo Pd, la minoranza lascia l’aula con l’opposizione

Roma - La Camera dei deputati approva il Jobs Act

La Camera dà l’ok alla riforma del lavoro e, contemporaneamente, va in scena la nascita ufficiale della corrente dei 29, il gruppo dei deputati del Pd critici nei confronti del ddl delega. Con 316 sì e 6 no, l’aula della Camera ha approvato il Jobs act, senza far ricorso al voto di fiducia, e con modifiche rispetto al testo del Senato. Il provvedimento torna adesso a Palazzo Madama per il via libera definitivo. L’ala dura della minoranza Pd si è divisa fra chi ha votato contro e chi, la maggior parte, non ha partecipato al voto, insieme all’opposizione: i deputati di Sel, Movimento 5 Stelle, Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia hanno infatti lasciato l’emiciclo di Montecitorio prima del voto, nel tentativo (non riuscito) di far mancare il numero legale. Secondo quanto risulta dai tabulati del voto in Aula, 29 deputati del Partito democratico (su un gruppo di 307 componenti) non hanno votato il Jobs act, 2 hanno detto no al testo, altri 2 si sono astenuti. I no sono quelli di Giuseppe Civati e Luca Pastorino. Astenuti i civatiani Paolo Gandolfi e Giuseppe Guerini. Altri 11 deputati del Pd non erano presenti in Aula per giustificati motivi (fra questi anche Enrico Letta).

Il gruppo dei 29 – tra cui Gianni Cuperlo, Rosy Bindi, Alfredo D’Attorre, Stefano Fassina e Francesco Boccia – ha firmato un documento per spiegare le ragioni del dissenso. Subito dopo il voto i deputati critici sul Jobs Act hanno ‘battezzato’ ufficialmente la nascita della corrente dissidente in una conferenza stampa a Montecitorio. “Siamo accomunati da senso di responsabilità – ha spiegato Gianni Cuperlo – ma abbiamo messo al centro il merito. Paura di andare contro lo Statuto del Pd? Confidiamo nelle nuove regole sul licenziamento disciplinare…”.

Quanto agli altri partiti, hanno votato no rimanendo in Aula anche Francesco Saverio Romano di Forza Italia, Claudio Fava (ex Sel, ora Misto), Mauro Pili (ex Pdl, ora Misto), e Mario Sberna (Per l’Italia).Tra le modifiche più significative che hanno in parte ridisegnato la delega così come uscita dal Senato, quelle che riguardano l’articolo 18, frutto dell’accordo tra il governo e la minoranza Pd. A Montecitorio è stato approvato un emendamento che esclude la possibilità di reintegro per i licenziamenti economici e la prevede per i licenziamenti discriminatori e per alcune fattispecie di licenziamenti disciplinari. Per i licenziamenti economici è previsto solo un indennizzo crescente al crescere dell’anzianità. Arrivano inoltre tempi certi per l’impugnazione del licenziamento.

La spaccatura nel Pd. Dopo una mattinata convulsa, la minoranza dem è stata a lungo indecisa sul da farsi. La scelta era fra astensione e voto contrario. Gianni Cuperlo ha rimarcato la posizione della ‘fronda’ dei 29: “Non ci sono le condizioni per il sì. Il punto a cui si è arrivati – ha sottolineato – non è soddisfacente. Il problema non è come licenziare, ma come assumere”. E Fassina: “Non voteremo per questa delega. Non saremo un gruppo sparuto, ma un numero politicamente impegnativo. E non temiamo conseguenze disciplinari”. Civati, invece, ha chiarito sin dall’inizio la sua intenzione di votare contro.

A nulla è valso l’appello in extremis di Matteo Orfini a votare compatti per il sì: “Abbiamo raggiunto una larghissima unità sul testo – ha detto il presidente del Pd – spero che per rispetto della discussione fatta, dei cambiamenti apportati, del lavoro di ascolto reciproco e della nostra comunità, si voglia fare tutti un ultimo sforzo in Aula”.

Mentre Pier Luigi Bersani ha invitato a non drammatizzare il dissenso e ha dichiarato di votare a favore per senso di disciplina: “Siamo davanti a dei miglioramenti indiscutibili, di cui bisogna ringraziare i membri della commissione. C’è però un imprinting iniziale di queste norme – ha spiegato – che non convince. Il mio è il caso di uno che per la parte che condivide, voterà con convinzione. Per quella che non condivide, e continua a non condividere, voterà per disciplina, come si conviene a uno che ha fatto il segretario per quattro anni e che vuole ribadire che i legni storti si raddrizzeranno solo nel Pd, da nessuna altra parte”.

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