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Jobs Act, la Cgil: “Valutiamo ricorso in Europa”. Scontro Cuperlo-Orfini su Facebook

La linea è chiara: non lasciare nulla di intentato. Dopo il voto alla Camera la Cgil non chiude il capitolo Jobs Act. Anzi: il sindacato di Susanna Camusso è pronto anche a cambiare campo di gioco, passando dalle piazze e dai luoghi di lavoro italiani all’Unione Europea. Il perchè lo spiega direttamente la Camusso: “Valutiamo la possibilità di un ricorso alla Corte di Giustizia Europea: le nuove regole sul lavoro violano gli articoli 30 e 31 della Carta di Nizza”. Poi la promessa: “Ci penseremo, ci proveremo. Ma c’è bisogno di capire come vengono scritti i decreti”.

La Camusso ricorda anche le parole che Renzi aveva pronunciato dopo l’incontro nella sala verde: “Il presidente del Consiglio concluse l’unico incontro che abbiamo avuto alla sua presenza dicendo che i ministri avrebbero discusso con le parti. Siamo sempre in attesa di vedere se è un annuncio o una cosa che si determina realmente”.
E il segretario della Cgil ribadisce: “Non è l’approvazione in parlamento del Jobs Act che ci ferma per cambiare una norme che riteniamo sbagliate. Andiamo avanti serenamente”.

Intanto, volano gli stracci tra gli ex compagni. Anzi, volano i post. L’approvazione della legge delega sul Jobs Act alla Camera apre, come era prevedibile, uno scontro tutto interno alla sinistra del Partito Democratico. E Gianni Cuperlo e Matteo Orfini non risparmiano l’un l’altro accuse, richiami e critiche. L’antefatto è rappresentato dalle dichiarazioni rilasciate da Orfini dopo il passaggio parlamentare di ieri. “Primedonne”, così l’attuale presidente del Pd fotografa la decisione dei ventinove parlamentari della minoranza di lasciare l’aula al momento del voto. “Siamo solo coerenti con la nostra storia politica” la replica che Cuperlo affida a Facebook. In un botta e risposta fatto nel nome dei valori della sinistra italiana.

Gianni a Matteo. Cuperlo legge i giornali, poi apre la sua pagina Facebook e inizia la sua seconda Lettera a Matteo, la prima era indirizzata all’altro Matteo: Renzi. E scrive: “Sono impressionato dal tono e dal merito di queste frasi”. Parole che non tengono in considerazione “una scelta che a tanti è costata, e non poco” e “donne e uomini con le loro convinzioni e la loro coerenza”. Poi, punta il dito direttamente su Orfini, con la neanche tanto velata accusa di non essere un presidente di garanzia. Ma prima, il retroscena: “Che peccato, caro Matteo. Sono stato anch’io per qualche settimana presidente della nostra assemblea. Poi ho lasciato quel posto per le ragioni che sai. Qualche mese dopo un capo della tua corrente è venuto a chiedermi di non ostacolare la tua candidatura allo stesso incarico”. Quindi: “Ti ho votato come presidente del nostro partito. Che dovrebbe essere una figura di garanzia verso tutti. Personalmente non mi sognerei mai di dire che la posizione di altre e altri, tra di noi, quando si esprime sul merito del provvedimento o di una legge risponde ad altre logiche che non siano quelle dichiarate. Mi piacerebbe che nel nostro partito questo principio fosse condiviso da tutti. Ma sarebbe giusto che a condividerlo fosse almeno il nostro presidente”.

Matteo a Gianni. Anche Orfini apre la sua pagina Facebook e con ogni probabilità incrocia subito la lettera di Cuperlo, condivisa da centinaia di dirigenti e militanti del Pd. Non ci pensa su, e replica: “Quelle parole le ho dette e le ho dette perché le penso”. Per il presidente del Pd, “ieri è successa una cosa molto grave. E per me dolorosa”, perchè “se tutti ci comportassimo come ieri avete fatto voi, questo partito diventerebbe uno spazio politico, e non un soggetto politico (per citare Bersani). E non durerebbe a lungo”. Poi Orfini apre una parentesi. E chi di retroscena ferisce, di retroscena perissce: “Tu ricorderai che all’inizio di questa legislatura io più di altri avevo perplessità sulla scelta di far nascere un governo insieme a Berlusconi. Ricordo un colloquio che ebbi con te in Parlamento, in cui mi spiegasti che in quelle condizioni e dopo una decisione assunta collegialmente, non si poteva che bere l’amaro calice. Perché proprio nei momenti difficili è doveroso farsi carico collettivamente delle responsabilità, anche se non si condividono quelle scelte”. Infine la questione “partito”. Orfini è netto: “Io non sono ‘entrato in maggioranza’ per il semplice fatto che per me non esistono più una maggioranza e una minoranza del Pd: esiste il Pd”. E saluta tutti con un “il congresso è finito”.

E i militanti? A scorrere le reazioni, non se ne esce. Chi appoggia l’uno, chi appoggia l’altro, chi cerca una mediazione chiedendo: “Ma perchè non vi incontrate e parlate? Che sono queste manie di protagonismo?”. Ma la lite tra Cuperlo e Orfini è una miccia che innesca, tra militanti ed elettori, la corsa verso un solo argomento: la scissione. Non bastano le rassicurazioni di Bersani – “Nessuna scissione ma Renzi non faccia finta di nulla” – e gli inviti a ritrovare il dialogo. La percezione diffusa è che oramia la frattura sia netta. E non perchè si tratta di un “duello tra primedonne”. Ma per il tema evocato: quelle diverse visioni della Civiltà del Lavoro su cui nessuno è disposto ad arretrare neanche di un millimetro.

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