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PARKINSON/ Studio italiano in Africa, inutile ritardare la levodopa

Non una «ruota di scorta», ma una terapia da introdurre subito perché la strategia di ritardarla «non porta a nessun beneficio a lungo termine per i pazienti e pertanto deve essere scoraggiata». Così uno studio italiano condotto in Africa rivoluziona un ‘dogmà del trattamento del Parkinson: «Fino ad oggi si è sempre pensato che le fluttuazioni motorie che si sviluppano dopo diversi anni di terapia a base di levodopa fossero complicazioni a lungo termine della terapia. Pertanto si tendeva a rimandare l’introduzione del farmaco il più possibile, a scapito della stessa qualità di vita dei pazienti. Noi dimostriamo che non è così e che questa scelta è inutile», spiega oggi durante un incontro a Milano il neurologo Gianni Pezzoli che ha curato, fra gli altri, da Papa Giovanni Paolo II al cardinal Carlo Maria Martini. Il contrordine arriva dai ricercatori del Centro Parkinson (diretto da Pezzoli) degli Istituti clinici di perfezionamento-Icp di Milano, che sono andati fino in Africa sub-sahariana e hanno raccolto dati per 4 anni per verificare se fosse fondata «la cosiddetta ‘fobia della levodopà, sempre più diffusa sia tra i neurologi che, di riflesso, tra i pazienti», spiega Roberto Cilia, primo autore dello studio che si è guadagnato le pagine della rivista scientifica ‘Brain’. La ricerca riguarda 91 pazienti africani mai trattati prima farmacologicamente, arruolati in 3 cliniche di diverse regioni del Ghana – in totale quelli seguiti sono 150 – e un gruppo di controllo formato da 2.282 pazienti italiani con Parkinson visitati per la prima volta nel centro milanese, tra i più importanti al mondo con il suo database di circa 25 mila malati. «Dallo studio supportato dalla Fondazione Grigioni – riassume Pezzoli – è emerso che alcuni pazienti, anche con più di 10 anni di malattia alle spalle, hanno mostrato la comparsa di fenomeni di fluttuazioni motorie solo dopo qualche ora o al massimo qualche giorno dalla loro prima assunzione di levodopa. A dimostrazione del fatto che l’insorgenza di queste fluttuazioni è indipendente dalla durata del trattamento ed è invece strettamente legata alla progressione naturale della malattia. Tutto comincia nel dicembre 2008, da un progetto sviluppato dal Centro Parkinson di Milano con l’ospedale dei missionari Comboniani in una piccola cittadina del Ghana, Sogakope. «Un’intuizione nata da un suggerimento del cardinal Martini», racconta Cilia. Nei due anni successivi la collaborazione si è estesa ai due ospedali universitari di Accra e Kumasi. I pazienti ‘stanatì sono gradualmente aumentati, anche per effetto del passaparola, dopo che via radio è stato fatto passare un messaggio che annunciava la presenza di medici in grado di curare i ‘tremorì. Perché l’Africa? Gli obiettivi del ‘pontè lanciato dagli scienziati italiani erano sia scientifici che umanitari: «Volevamo studiare – spiega Pezzoli che è anche presidente dell’Associazione italiana parkinsoniani e della Fondazione Grigioni – l’evoluzione naturale della malattia in un Paese in cui la diagnosi viene raggiunta solo in una piccola minoranza dei casi, ma anche garantire il trattamento con levodopa gratuito e a lungo termine ai pazienti. In quest’area, per mancanza di risorse economiche la terapia anche con un farmaco non considerato costoso nel mondo occidentale è insostenibile per i pazienti e l’accesso è possibile sono nel 12,5% della popolazione che ne ha bisogno. Terzo obiettivo, studiare gli effetti dell’interazione tra malattia e terapia con levodopa». In Africa, aggiunge Cilia, «ritroviamo la situazione che si registrava in Europa prima degli anni ’70, in era ‘pre-levodopà, quando l’aspettativa di vita nella malattia di Parkinson era fortemente ridotta. Qui abbiamo incontrato pazienti affetti anche da 10 anni e mai curati. In Europa sarebbe stato impossibile». Quello dei ricercatori del centro milanese «è il primo studio ad aver indagato direttamente la latenza tra inizio della levodopa e la comparsa di fluttuazioni motorie e discinesie in pazienti di un Paese in via di sviluppo, dove l’inizio della terapia si verifica spesso molti anni dopo l’esordio, confrontandolo con pazienti di un Paese industrializzato come il nostro dove diagnosi e terapia sono precoci – chiarisce Pezzoli – I risultati hanno dimostrato che una terapia a basso dosaggio di levodopa può essere somministrata subito, al momento della diagnosi. Noi abbiamo cominciato a farlo nel nostro centro. E per la ricerca abbiamo ricevuto riscontri dai migliori neurologi del mondo». Nello studio, aggiunge Cilia, «confermiamo anche che il rischio di comparsa di discinesie aumenta con l’incremento dei dosaggi giornalieri di levodopa. La terapia deve essere ‘disegnata su misurà nei singoli pazienti, con dosaggi calcolati relativamente al peso corporeo e calibrati per compensare i sintomi motori senza superare la soglia massima». Ma ora, conclude il neurologo, «gli specialisti possono sentirsi liberi di prescrivere levodopa anche nei primi stadi della malattia, come sintetizza il titolo dell’editoriale di un importante neurologo canadese, Anthony Lang: ‘Don’t Delay, start today’ (cioè ‘non tardare, inizia oggì)». In Italia la terapia con levodopa si inizia in media 3-4 anni dopo la diagnosi, in Ghana ci sono casi estremi, ma mediamente si comincia due anni più tardi che in Italia. Quello dei ricercatori del centro milanese «è il primo studio ad aver indagato direttamente la latenza tra inizio della levodopa e la comparsa di fluttuazioni motorie e discinesie in pazienti di un Paese in via di sviluppo, dove l’inizio della terapia si verifica spesso molti anni dopo l’esordio, confrontandolo con pazienti di un Paese industrializzato come il nostro dove diagnosi e terapia sono precoci – chiarisce Pezzoli – I risultati hanno dimostrato che una terapia a basso dosaggio di levodopa può essere somministrata subito, al momento della diagnosi. Noi abbiamo cominciato a farlo nel nostro centro. E per la ricerca abbiamo ricevuto riscontri dai migliori neurologi del mondo». Nello studio, aggiunge Cilia, «confermiamo anche che il rischio di comparsa di discinesie aumenta con l’incremento dei dosaggi giornalieri di levodopa. La terapia deve essere ‘disegnata su misurà nei singoli pazienti, con dosaggi calcolati relativamente al peso corporeo e calibrati per compensare i sintomi motori senza superare la soglia massima». Ma ora, conclude il neurologo, «gli specialisti possono sentirsi liberi di prescrivere levodopa anche nei primi stadi della malattia, come sintetizza il titolo dell’editoriale di un importante neurologo canadese, Anthony Lang: ‘Don’t Delay, start today’ (cioè ‘non tardare, inizia oggì)». In Italia la terapia con levodopa si inizia in media 3-4 anni dopo la diagnosi, in Ghana ci sono casi estremi, ma mediamente si comincia due anni più tardi che in Italia.

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