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Riad sfida Mosca e Washington, crolla il prezzo del greggio

Sono bastate poche ore per capire che qualcosa stavolta è cambiato in profondità. Exxon, primo gruppo mondiale dell’energia, ieri ha perso 16,8 miliardi di dollari di valore alla Borsa di New York: una somma pari alla manovra di una legge di bilancio in Italia. Messe insieme, le major occidentali del petrolio hanno bruciato oltre cento miliardi di capitalizzazione.

Nel frattempo si sono messi a correre i titoli dei gruppi ad alto consumo di energia, compagnie aree americane in testa. Questa settimana l’Opec ha consegnato ai mercati la sua ultima sorpresa, e chi non l’aveva messa in conto ora sta cercando di correre ai ripari. Il Brent viaggia a quota 70 dollari al barile, l’8% in meno rispetto a giovedì prima degli annunci dell’Opec ma, soprattutto, il 40% al di sotto dei livelli di giugno. L’indice americano Wti perde in una seduto 10% a 66,15 dollari.

Il vecchio cartello di Paesi che garantisce il 40% del greggio prodotto nel mondo ha fatto qualcosa che non tutti avevano previsto: è rimasto fermo. Ha deciso di non agire. Di fronte a un eccesso di produzione mondiale che il Venezuela stima in due milioni di barili al giorno, non ha tagliato neppure di mezzo milione. Senz’altro il primo responsabile della scelta è stato Ali Al-Naimi, ministro del petrolio dell’Arabia Saudita e, come tale, mente e voce del primo produttore del pianeta. Il regno sunnita del Golfo che da solo vale circa 12 milioni di barili al giorno (ma ne estrae solo 9), ha deciso che il prezzo può scendere ancora: non è il momento di chiudere i rubinetti, benché il mercato sia fin troppo liquido.

Sulla domanda di energia si sta facendo sentire la frenata dell’economia europea, quella della Cina e la svolta americana: la rivoluzione del “fracking”, il gas e il petrolio estratti dalla roccia di scisto, avvicina ormai gli Stati Uniti all’obiettivo dell’autosufficienza nell’energia. Se questi sono i fatti, non sono così univoci da mettere d’accordo chi li osserva da New York, Washington o dalla capitali europee.

A spiegare la scelta saudita di lasciar cadere le quotazioni, in fondo, non basta la certezza che le soglie di profitto per Ryadh restano comunque elevate: produrre un barile nel deserto della penisola arabica costa appena 12 dollari. Quando in gioco è il prezzo del greggio, anche la politica entra sempre nell’equazione. Nelle banche d’affari di Wall Street da settimane si stanno così facendo strada anche letture legate ai rapporti dei grandi produttori Opec con la Russia e gli Stati Uniti.

Nella scelta dell’Opec di non procedere a un taglio, alcuni vedono un favore saudita all’alleato americano contro la Russia di Vladimir Putin. Senz’altro per Mosca la caduta del greggio è un problema più intrattabile di quanto non sia per Ryadh, il Kuwait o per Abu Dhabi, il più potente dei sette Emirati Arabi Uniti. Putin ha ormai bisogno di un prezzo sopra ai cento dollari al barile per garantire la stabilità della sua economia e del sistema finanziario. Non era così anche nel 2007, quando la Russia è cresciuta dell’8,5% con un prezzo medio del barile ad appena 72 dollari. Già però nel 2012, con le quotazioni in media a 111 dollari, l’economia aveva più che dimezzato la sua velocità di crociera. Pesano senz’altro i seicento miliardi di dollari di debito estero delle grandi imprese russe.

Il crollo del rublo, il cui valore si è quasi dimezzato in pochi mesi, aumenta in modo esponenziale il peso di quei debiti. Solo l’anno prossimo rimborsi per 130 miliardi attendono le aziende russe, gli introiti da petrolio non bastano a finanziare le loro scadenze e qualcuno si trova in difficoltà: il colosso statale Rosneft da solo vale il 5% della produzione mondiale di greggio, ma ha debiti esteri per 60 miliardi e ha appena chiesto un aiuto a Putin per sostenerli. Non è una sorpresa. Prima di finire sotto sanzioni, Rosneft aveva già osato investimenti ovunque, anche in Italia (nella galassia Pirelli e in Saras). A guidarla è Igor Sechin, un ex collega di Putin al Kgb. Ora però la scelta saudita di non far muovere l’Opec non può che aggravare le difficoltà degli oligarchi russi e mettere il leader di Mosca sempre più con le spalle al muro.

Non tutti gli analisti sono convinti però che le scelte dell’Opec rappresentino davvero un favore all’America. Qualcuno sospetta il contrario. Come emerso ieri a un seminario sull’energia della Fondazione Spadolini-Nuova Antologia a Firenze, la mossa di Al-Naimi potrebbe mirare a mettere fuori mercato parte della nuova concorrenza statunitense. A seconda degli impianti, gli idrocarburi estratti dalla roccia di scisto in America producono redditi a prezzi fra i 40 e i 115 dollari. Per i sauditi, tenere il greggio a 70 significa sperare di spiazzare parte della nuova produzione americana. La stessa estrazione di greggio dalle sabbie bituminose in Canada, sostenibile solo a 80 dollari, finirebbe per costare centinaia di miliardi di perdite alle compagnie occidentali che vi hanno investito. Così l’Opec con i prezzi bassi spera di rallentare lo sviluppo della nuova generazione di tecnologie occidentali che stanno rendendo il vecchio cartello sempre meno decisivo. Fosse davvero così, il prezzo dell’instabilità rischia di scaricarsi altrove: Paesi produttori come l’Iran del programma nucleare, la Nigeria dove nascono ogni anno più bambini che nell’intera Unione europea o l’Iraq assediato dall’Isis hanno bisogno che il greggio torni a 100 dollari. Sotto, manca loro l’ossigeno finanziario. Così il barile somiglia sempre più a un ordigno che deve rotolare davanti alla porta di casa di qualcun altro.

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