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“Mezzo strappo” dei bersaniani, battaglia in Parlamento

Dopo aver fatto tribolare Matteo Renzi sul Jobs Act, la minoranza dei bersaniani si accinge e tenere sulle corde il governo sulle riforme, quella costituzionale e quella elettorale. Alle dichiarazioni dei giorni scorsi si è aggiunto oggi il rifiuto di votare in direzione l’ordine del giorno che impegna il partito a far marciare «senza indugio» le due riforme. È stato evitato un voto contrario, che avrebbe significato uno strappo, preferendo la non partecipazione al voto. Ma già domani si capirà come si tradurrà in Parlamento questo atteggiamento, dato che comincerà il voto sugli emendamenti alla riforma del bicameralismo e del Titolo V in Commissione Affari costituzionali della Camera. Dopo l’introduzione di Renzi i principali rappresentati della minoranza bersaniani sono tutti intervenuti nel dibattito: da Gianni Cuperlo a Davide Zoggia, da Alfredo D’Attorre a Stefano Fassina. Seppur con accentuazioni diverse tutti hanno seguito uno schema di critiche al segretario-premier, attribuendo alla politica del governo l’astensione alle regionali, specie in Emilia Romagna. E identico è stato il ragionamento per mettere in discussione la necessità di votare rapidamente la riforma elettorale, all’esame della commissione Affari costituzionali del Senato, e la riforma del bicameralismo, all’esame dell’analoga commissione della Camera: il patto del Nazareno – è stata la domanda posta da tutti – regge ancora? Domanda non retorica visti i segnali ambigui lanciati in questi giorni da Berlusconi. E se quel patto non regge più, è stato il corollario dei bersaniani, allora possono essere cambiate entrambe le riforme. E il ragionamento non è solo teorico, perchè alla Camera le minoranze hanno presentato degli emendamenti alla riforma del bicameralismo che non piacciono a Forza Italia e vanno quindi contro l’intesa con Berlusconi. Evidentemente non sono state sufficientemente convincenti le parole di replica di Renzi: «anche io avrei preferito una riforma del Senato diversa, con dentro i sindaci». Il premier ha poi difeso l’accordo in se: «le regole si fanno tutti insieme, e questo è il metodo dei Paesi civili, che è stato seguito anche nella scorsa legislatura», vale a dire quando era segretario Pierluigi Bersani. Certo la minoranza ha evitato due gesti di rottura. Aveva minacciato di presentare un ordine del giorno per chiedere un referendum tra la base del Pd sulle politiche del governo, mentre il documento effettivamente presentato da Zoggia chiede una «ampia consultazione della base»; e infatti il documento è stato «assunto» dalla presidenza e approvato senza nemmeno votarlo. Inoltre la minoranza è uscita dalla sala al momento del voto dell’ordine del giorno con cui si approvava la relazione di Renzi e si impegnava il partito a portare avanti le riforme «senza indugio». Non ha quindi votato contro. Ma evidentemente l’aver evitato lo strappo non tranquillizza. Infatti l’ultimo intervento è stato quello di Emanuele Fiano, relatore alla riforma del bicameralismo. Egli ha ricordato che in Commissione la minoranza del Pd è in realtà maggioranza e che se tutti i deputati del Pd non voteranno tutti insieme e ci sarà «una dispersione di voti», si creeranno «situazioni imprevedibili». Una minaccia nemmeno tanto velata dato che il governo non può mettere la fiducia su questa riforma.

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