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BOX/ Carminati, “Sono re di Roma, in strada comandiamo noi”

«È il re di Roma che viene qua, io entro dalla porta principale…». Così parlava di sè Massimo Carminati, considerato il capo di ‘Mafia Capitalè, in un’intercettazione telefonica dei carabinieri del Ros contenuta nell’ordinanza di circa 1.200 pagine che descrive la cupola nera di affari e crimine da lui guidata. E ancora, per spiegare meglio il suo pensiero, a un interlocutore detta il manifesto programmatico della sua organizzazione: «nella strada tanto comandiamo sempre noi, nella strada tu c’avrai sempre bisogno». Era il 14 dicembre 2012 e il ‘nerò, o ‘il cecatò, ex dei Nar e vicino alla Banda della Magliana, discuteva con Carlo Pucci – anche lui arrestato – lamentandosi dell’Ad di Eur Spa, Riccardo Mancini. Un loro uomo, secondo l’inchiesta, pure lui finito dentro. Per un mancato pagamento alle coop sociali di Salvatore Buzzi, braccio destro ‘imprenditorialè di Carminati, quest’ultimo diceva a Pucci di ricordare a Mancini che era «un sottoposto». E aggiungeva: «Vede io che gli combino.. a me non mi rompesse il cazzo.. a me me chiudesse subito la pratica là». E poi: «È il Re di Roma che viene qua, io vado … entro dalla porta principale». In un’altra intercettazione Carminati diceva «passo le ‘stecchè (la sua parte, a Mancini, ndr) per i lavori che fa, però l’altro giorno gli ho menato». Il capo aveva rapporti con tutti i gruppi criminali della capitale. Con la camorra romana di Michele Senese, ad esempio. «Sò contento che è uscito Michelino», diceva al suo braccio destro ‘militarè Riccardo Brugia in una conversazione del gennaio 2013. E poi con il clan dei Casamonica, forte nella zona sud est, e con Ernesto Diotallevi, storico esponente della Banda della Magliana, con il quale Carminati progettava di costruire abitazioni a Riano, vicino a Roma. Luciano Casamonica avrebbe aiutato Buzzi a relazionarsi con la popolazione di un campo nomadi a Castel Romano, sulla via Pontina, per l’ampliamento del quale il gruppo criminale aveva ottenuto un appalto. Un ‘mediatore culturalè. «Conosco bene Luciano – dice Carminati -.. cento famiglie, uno più stronzo de n’altro, tu prendi sei e poi si spostano…». Carminati si rapportava anche con la cosiddetta ‘Batteria di Ponte Milviò, un gruppo criminale secondo il Ros forte nella zona nord della capitale e guidato da Fabrizio Piscitelli, alias Diabolik, ex ultrà della Lazio, pregiudicato. ‘Mafia Capitalè era di casa anche nel Campidoglio del sindaco Gianni Alemanno, secondo quanto emerso. Quando il gruppo vuole sbloccare un finanziamento a un imprenditore complice, Carminati chiama Antonio Lucarelli, capo della segreteria del sindaco, e quello scende le scale per dire «ho parlato con Massimo, tutto a posto domani vai..». «Ahò, tutto a posto veramente! – commenta Buzzi -. C’hanno paura de lui c’hanno paura che cazzo devono fare qua…». «Che te serve?», diceva Carminati al telefono, riecheggiando le parole dell’imprenditore Gaetano Caltagirone negli anni ’70 all’andreottiano Franco Evangelisti. «Movimento terra, attacchinaggio manifesti? Te lo faccio io – aggiungeva Carminati -. Se vengo a sapere che te lo fa un altro è fastidioso…». «Gli imprenditori devono essere nostri esecutori, devono lavorare per noi», ancora Carminati a Buzzi. Lo stesso i politici, pagati per i loro servigi, secondo l’accusa. Come i 10 mila euro che sarebbero andati a Eugenio Patanè del Pd. Ma anche i manager, non solo Mancini. A Franco Panzironi, Ad di Ama, municipalizzata dei rifiuti – detto ‘Panzà da Carminati, andavano 15 mila euro a settimana, secondo l’accusa. E quando da Alemanno si passa a Ignazio Marino, Carminati dice a Buzzi: «Bisogna vendere il ‘prodottò. Come le puttane mettiti una minigonna e vai a battere con questi

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