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MAFIAROMA/ Renzi blinda preferenze e cene, non inquinano

L’inchiesta che scoperchia il malaffare romano e terremota la politica guasta quella che Matteo Renzi vorrebbe festeggiare come «una giornata storica» per l’approvazione del jobs act e la soluzione della vertenza Ast di Terni. Il premier azzera il vertice del partito romano e invia come commissario il presidente del Pd Matteo Orfini. Con il quale, però, non condivide l’allarme sul rischio che le primarie e le preferenze rendano i partiti più filtrabili dalla corruzione. «Io vado avanti su una riforma elettorale con le preferenze, non penso che inquinino la politica», garantisce mettendo la mano sul fuoco sia sulle cene a pagamento del Pd sia sul ministro Poletti presente ad una cena con indagati. Davanti alla retata che ha coinvolto molti esponenti del Pd romano, il premier aveva deciso da subito che si doveva mandare un segnali davanti ad un’indignazione montante di iscritti ed elettori. Il leader dem riceve a Palazzo Chigi il segretario romano Lionello Cosentino, accetta le sue dimissioni e sceglie Orfini, per tanti anni dirigente radicato su Roma, come commissario per «rifondare» un partito già in subbuglio prima dell’inchiesta. Ma non ci sta ad accostare una vicenda locale a responsabilità nazionali: «Io ho messo Cantone all’Anticorruzione, ho commissariato il Mose, sono intervenuto per Expo ma capisco che questa vicenda sconvolga». Ma se «i dirigenti corrotti devono andare in galera», il leader Pd non ha dubbi sugli strumenti che caratterizzano il Pd tradizionale, le primarie, e il nuovo Pd delle cene a pagamento, nato per volontà di Renzi dopo la riduzione del finanziamento pubblico ai partiti. Il premier non ha «la più pallida idea» se Salvatore Buzzi era alla cena per la raccolta fondi per il Pd all’Eur ma chiarisce che i partecipanti sono registrati. «Si sa chi c’è – chiarisce – come e quando, sono cene trasparenti e io rivendico che il Pd non si fa finanziare di nascosto ma pubblica i suoi finanziatori». Così come non considera uno strumento per infiltrare la politica le primarie e le preferenze, usate nelle leggi elettorali nei Comuni e che il premier vuole inserire nell’Italicum. «Chi ruba va a casa ma io non faccio di tutta l’erba un fascio», distingue il segretario Pd. Che punta ad archiviare velocemente l’inchiesta romana per andare «avanti tutta» sulle sue priorità, Italicum in testa. Riforma del voto che Renzi creda ancora si possa fare con Silvio Berlusconi. In nome di quel patto del Nazareno che però, assicura a Marco Travaglio ospite di Bersaglio Mobile, «non contiene nè l’agibilità per Berlusconi nè intese sul Quirinale perchè il prossimo presidente della Repubblica si cercherà di votarlo larga maggioranza».

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