| categoria: Il Commento

Un dubbio atroce, l’Italia è tutta un verminaio?

di Maurizio Del Maschio
Dopo lo squallore dell’EXPO e del Mo.S.E:, in quest’anno che si chiude ci tocca assistere pure allo
scandalo che ha coinvolto il Comune di Roma. Le accuse mosse dalla magistratura inquirente sono
pesanti. Quando si parla di comportamento mafioso, la cosa si fa seria. Personalmente, io sono di
quelli che leggono e discutono le sentenze, non le considero il Verbo rivelato. Ancor più sono restio
a prendere come oro colato le accuse prima della fase dibattimentale. Troppe volte la magistratura è
stata smentita. Dal caso clamoroso di Enzo Tortora all’ultimo di Domenico Dolce e Stefano
Gabbana, accusati di evasione fiscale, condannati in due gradi di giudizio e assolti in Cassazione
“per non aver commesso il fatto”.
Ciò che maggiormente infastidisce riguardo all’inchiesta sul Comune di Roma è l’atteggiamento dei
media, specialmente quelli più vicini alla sinistra nostrana. Sembra che gli unici politici e
amministratori accusati appartengano o gravitino intorno all’area di centrodestra, mentre dalle
indagini emerge una trasversalità impressionante. Certo, le accuse devono essere provate, ma non si
possono usare due pesi e due misure, la presunzione di innocenza vale per tutti. In prima pagina
compaiono quasi sempre gli accusati del centrodestra, mentre si celano o si minimizzano le accuse a
quelli appartenenti alla sinistra. Per dovere di cronaca, va detto che la sinistra non è “vergine”, non
è immune da tentazioni anche se spesso le indagini che riguardano l’intricato e torbido sottobosco
che gravita intorno al PD vengono ritardate, ostacolate, interrotte, come è accaduto per quella
iniziata dal Pubblico Ministero veneziano Carlo Nordio all’epoca di tangentopoli. Chi tocca i fili
muore: quando la sinistra è nel mirino reagisce energicamente in propria difesa utilizzando tutti i
suoi scherani, mentre quando sono gli avversari politici nell’occhio del ciclone, usa tutti i mezzi per
affossarli.
Per quanto si cerchi di elevare cortine fumogene per mimetizzare la nauseante realtà, dalle indagini
sembra emergere che nella capitale questa collusione fra delinquenza organizzata e politica dati
dall’epoca della giunta Rutelli, passando per le successive di Veltroni e Alemanno e continuata con
l’attuale giunta Marino. Pecunia in olet, il denaro non ha odore e fa gola a tutti.
Quanto è accaduto a Milano, a Venezia e ora a Roma mostra tutta la debolezza di un sistema
consolidato che deriva dalla connivenza fra economia, finanza e politica nella quale si è innestata la
delinquenza organizzata, specie quella di stampo mafioso.
Le cause che hanno reso possibile tale degenerazione della politica e della pubblica
amministrazione e il dilagare della corruzione a tutti i livelli sono molteplici. Fra esse assume un
ruolo rilevante la farragine delle troppe norme oggi vigenti, un ginepraio nel quale è difficile
districarsi che costituisce il terreno favorevole alla corruzione. L’abuso prospera proprio in tale
congerie di norme sovente contorte, contraddittorie, dimenticate e disattese.
Il rapporto annuale dell’organizzazione Transparency International, vede l’Italia rimanere anche
quest’anno al sessantanovesimo posto nella triste graduatoria dei Paesi a più alto indice di
corruzione nel mondo. Siamo i peggiori in Europa insieme a Bulgaria, Romania e Grecia. Bisogna
smettere di meravigliarci se Paesi come la Danimarca e la Finlandia sono tanto severi con noi: essi
sono tra i Paesi più virtuosi al mondo insieme alla Nuova Zelanda e noi dovremmo vergognarci ed
emularli anziché lamentarci e protestare sterilmente la nostra fierezza di essere Italiani.
Tutti gli ordinamenti democratici prevedono che la gestione delle risorse pubbliche sia soggetta a
controllo allo scopo di “perseguire l’utilizzo appropriato ed efficace dei fondi pubblici, la ricerca di
una gestione finanziaria rigorosa, la regolarità dell’azione amministrativa e l’informazione dei
poteri pubblici e della popolazione tramite la pubblicazione di relazioni obiettive”. In Italia tale
funzione è demandata alla Corte dei Conti. Essa è un organo di garanzia della legalità e del buon
andamento dell’azione amministrativa nonché di tutela degli equilibri della finanza pubblica e tra
gli organi giurisdizionali. Da questa doppia investitura deriva la centralità del ruolo di garanzia
della corretta gestione delle pubbliche risorse attribuito alla Corte dei Conti che, nello svolgimento
delle funzioni di controllo, è organo neutrale, autonomo ed indipendente dal Governo e dal
Parlamento.
Nell’esercizio delle funzioni giurisdizionali, questo ottocentesco organo fa parte a tutti gli effetti
dell’ordine giudiziario. C’è da chiedersi: perché, oggi, i controlli sono tanto carenti? O c’è una
debolezza dell’azione degli organi di controllo centrali e periferici o tali organi sono divenuti del
tutto inefficienti e inadeguati a svolgere la loro funzione deterrente degli abusi. Questo è uno dei
segnali dell’obsolescenza del nostro sistema politico-amministrativo. A ciò si deve aggiungere
l’inadeguatezza delle persone che danno la scalata al potere (è facile dire: ho sbagliato a non vigilare
adeguatamente), le quali sono soggette ai partiti che le scelgono per fare in primis i loro interessi.
L’invadenza partitica nella gestione della cosa pubblica, infatti, è divenuta insostenibile. Non solo li
impongono all’elettorato, ma si ingeriscono nell’esercizio delle loro funzioni, dovendo essi
rispondere prioritariamente ai partiti che li hanno candidati ed hanno consentito la loro elezione in
virtù delle proprie clientele elettorali a scapito del bene comune. È una vergogna, un verminaio che
deve finire pena l’irreversibile degrado del nostro Paese. Occorre vigilare per non oltrepassare il
punto di non ritorno che aprirebbe scenari imprevedibili e pericolosi per tutti.

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