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South Stream addio. Gazprom, progetto chiuso per sempre

Il South Stream non si farà. A smentire le voci secondo cui la realizzazione del gasdotto sarebbe stata accantonata da Mosca solo temporaneamente è il numero uno della Gazprom, Alexiei Miller, che in un’intervista tv ha dichiarato il capitolo «assolutamente chiuso in maniera definitiva». Una sentenza che appare inappellabile e che è stata pronunciata proprio a ridosso dell’incontro di questo pomeriggio a Mosca tra il presidente francese Francois Hollande e il leader del Cremlino Vladimir Putin in quella che è stata la prima visita di un leader occidentale in Russia da quando è iniziata la crisi ucraina. L’intervento di Miller conferma (ancora una volta) le parole pronunciate lunedì scorso ad Ankara dallo ‘zar’ di Mosca: «Se l’Unione europea non vuole che si faccia, allora non lo faremo», aveva detto serafico Putin. Le tensioni tra Ue e Mosca avevano comunque da tempo ridotto le probabilità che si arrivasse a una «legalizzazione» dei metanodotti nel rispetto del Terzo pacchetto Energia. E così non è chiaro fino a che punto quello del presidente russo sia stato uno schiaffo a Bruxelles e quanto invece si sia trattato di una scelta obbligata. A posare una sorta di pietra tombale sul gasdotto che avrebbe dovuto portare il metano russo in Europa attraverso il Mar Nero ci ha comunque pensato Miller, poco prima dell’incontro tra Putin e Hollande all’aeroporto moscovita di Vnukovo annunciato da Parigi solo all’ultimo momento. La crisi ucraina – con l’annessione della Crimea da parte della Russia e il conflitto nel Donbass, dove Mosca è accusata di sostenere militarmente i separatisti – ha inasprito le relazioni tra il Cremlino da un lato e Ue e Usa dall’altro al punto da evocare gli spettri di una nuova guerra fredda. Ed è proprio uno scenario del genere che l’inquilino dell’Eliseo ha detto di voler scongiurare, affermando che bisogna evitare che «altri muri vengano a separare» Russia e Occidente: un chiaro riferimento al Muro di Berlino, simbolo per decenni della cosiddetta cortina di ferro del secolo scorso. Da parte sua Putin ha precisato a riunione conclusa che Parigi dovrà restituire a Mosca la somma già versata per le due navi da guerra Mistral se deciderà di non consegnare le portaelicotteri secondo quanto stabilito in un accordo dal valore di 1,2 miliardi di dollari concluso nel giugno 2011. Mentre durante il vertice con il leader francese ha auspicato che si raggiunga un accordo di tregua duraturo nel sud-est ucraino, dove da aprile nel sanguinoso conflitto tra le truppe governative e i separatisti filorussi hanno perso la vita più di 4.300 persone. Tra cui 1.252 soldati di Kiev, ha precisato oggi il presidente ucraino Petro Poroshenko poco prima di annunciare che martedì prossimo, il 9 dicembre, a Minsk si svolgerà il prossimo vertice Osce-Mosca-Kiev-ribelli per cercare di mettere fine allo spargimento di sangue che va avanti ormai da otto mesi. E proprio lo stesso giorno dovrebbe in teoria iniziare una tregua tra i separatisti e i soldati ucraini. Anche se finora i tanti cessate il fuoco annunciati sono sempre rimasti lettera morta. L’abbandono del progetto South Stream – che vedeva l’Eni in prima fila con il 20% della joint venture South Stream Transport Bv – potrebbe paradossalmente far restare cruciale il passaggio del metano russo verso l’Europa dai gasdotti dell’Ucraina, l’ex repubblica sovietica ai ferri corti con Mosca da quando la rivolta di Maidan ha portato al potere un governo filo-occidentale. Ma Miller non la pensa assolutamente così: «Il ruolo dell’Ucraina come Paese di transito sarà ridotto a zero», ha tuonato l’ad di Gazprom, evocando «itinerari alternativi» per portare l’oro blu nel Vecchio Continente. Il «nuovo partner strategico» della Russia nel settore del gas sembra essere la Turchia, alla quale è destinato un nuovo gasdotto per la cui realizzazione Putin ha già annunciato un accordo preliminare con la turca Botas. Niente spazio per i ripensamenti, insomma, anche perchè il nuovo metanodotto avrà non a caso la stessa capacità del South Stream, cioè 63 miliardi di metri cubi l’anno. E da gennaio Istanbul otterrà il 20% di gas in più via Blue Stream, con uno sconto del 6%. Conseguenze di una geopolitica che cambia.

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