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Alla Scala clamoroso successo del Fidelio di Beethoven

Dodici minuti di applausi intensi, grida di ‘bravi!’ e salve di fiori sugli interpreti al proscenio hanno sancito, questa sera alla Scala, il pieno successo del Fidelio di Beethoven, riletto dalla regista Deborah Warner. Ma anche il saluto commosso al direttore musicale ‘uscente’ Daniel Barenboim, a cui al termine del primo atto hanno gridato ‘grandissimo il maestro’ e all’inizio del secondo un ‘evviva!’ suscitando la sua risposta autoironica ‘speriamo’, che ha fatto ridere il pubblico.
Approvazione piena per tutti quindi: anche per la compagnia di canto basata sulla voce di Anja Kampe nel ruolo di Leonora/ Fidelio; Klaus Florian Vogt (il marito imprigionato, Florestan); Kwangchul Youn (il capocarceriere Rocco), Mojca Erdmann (sua figlia Marzelline) e Florian Hoffmann (spasimante non ricambiato, Jaquino); Falk Struckmann (Don Pizzarro, governatore della prigione); Peter Mattei (il ministro Don Fernando).
Che sia un successo lo si capisce fin dall’inizio, con il grande apprezzamento del pubblico per l’ ouverture ‘Leonora’, eseguita dall’orchestra scaligera nella II versione scritta dal compositore. Non ha le dimensioni imponenti, sinfoniche della Leonora III, ma è stata scelta da Barenboim per poter meglio approfondire nel resto del lavoro l’aspetto umano e affettivo.
La vicenda che l’opera racconta (Beethoven ne scrisse una prima versione nel 1804) risente della moda letteraria del tempo, che traeva spunto dalle atrocità del ‘Terrore’ che aveva segnato la Rivoluzione francese ai tempi di Robespierre. E si ispira a un fatto realmente accaduto: Leonora si traveste da uomo (Fidelio) e trova lavoro nella prigione in cui è rinchiuso il marito Florestan. Guidata dall’amore, rischia la vita ma riesce a salvarlo dal coltello di don Pizzarro un attimo prima che giunga il ministro a decretare la liberazione per i detenuti.
Giocando sui contrasti, la regista britannica e la scenografa Chloe Obolenky (autrice anche dei costumi, riferiti al ‘900) danno dell’Opera una lettura particolare: narrano soprattutto il trionfo dell”amor coniugale’ che fu titolo della 2/a versione dell’opera (1806), mentre del Fidelio si parla in genere come di un’opera che tratta soprattutto il tema della libertà.
Ma Beethoven si ispira a un alto contenuto morale, alla fede nei valori positivi. A vantaggio di questi ultimi, Warner non trascura gli altri contrasti emergenti: prigione e libertà, ingiustizia e giustizia, sofferenza e felicità. Soprattutto, buio e luce, che – con il lavoro creativo di Jean Kalman – danno un’impronta decisiva allo spettacolo.
Nella sua ‘rivisitazione’, la prigione, in un dramma dai contenuti universali, diventa una vecchia struttura industriale abbandonata, che fa da scena fissa allo spettacolo. Alte pareti, cemento a vista, bidoni, vecchi macchinari impolverati. Qui Rocco e la figlia Marzelline (calze scure, minigonna e felpa rosa) vivono anche la loro vita domestica, tra tavolini e scartoffie, lenzuola stese ad asciugare, l’asse da stiro usato dalla ragazza; in un angolo, un secchio e il ‘mocio’ per pulire a terra. E’ qui che lavora anche Fidelio, suscitando l’amore di Marzelline (e un bacio rubato) e la gelosia di Jaquino.
Straordinario il quartetto a cui i personaggi danno vita.
Ma Fidelio, in tuta blu da lavoro, berretto grigio in testa, entra nelle grazie di Rocco, che promette di condurlo anche nelle segrete del ‘carcere’. E ve lo porta quando Don Pizzarro gli ordina di scavare la fossa per Florestan, odiato oppositore politico. Qui la scena mantiene la stessa struttura del primo atto, con poche modifiche, ma diventa, se possibile, ancora più cupa, buia, tanto che i due scendono nella cella con l’aiuto di torce elettriche. E quando arriva Pizzarro e si appresta ad accoltellare Florestan, Fidelio si toglie il berretto di lana mostrando il casco di capelli biondi e rivelando di essere Leonora. Ancora più memorabile qui il quartetto di voci, quando Leonora difende il marito con una pistola, fino all’arrivo, atteso, del ministro don Fernando, che ha appena decretato la liberazione di tutti i prigionieri.
Di colpo le altissime pareti di fondo cadono e la scena buia si inonda di luce. L’ambiente tetro, vuoto, grigio si anima con i costumi colorati dei detenuti liberi esultanti. E siccome siamo in una vecchia fabbrica, ‘volano’ caschi da cantiere, compaiono fazzoletti rossi, tute da lavoro, abiti poveri di ogni tipo, foggia e colore. E’ qui che nel tripudio, Leonora libera Florestan dalle catene, mentre Pizzarro fugge inseguito da un colpo d’arma da fuoco.
Il sipario si chiude, il pubblico applaude, standing ovation per Barenboim e l’orchestra.

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