| categoria: Roma e Lazio

ROMAMAFIA/ Gli arrestati si difendono, la cupola mirava in alto

«Carminati è tutto tranne che un mafioso. La mafia romana non esiste». Parola dell’avvocato del presunto boss Giosuè Naso, secondo il quale «dopo 4 anni di indagini e milioni spesi non è che sia venuta fuori poi questa cosa…». Massimo Carminati è «una roccia» in carcere, dice il suo legale. Gli altri arrestati interrogati oggi – quattro degli otto finiti ai domiciliari – respingono le accuse. Domani gli ultimi interrogatori in procura a Roma, da giovedì si passa al Tribunale del Riesame dove i legali chiederanno la revoca dell’arresto e soprattutto contesteranno l’associazione mafiosa. Dal mare delle carte dell’inchiesta intanto emergono altri dettagli sulla rete di rapporti degli uomini considerati legati a Carminati e a Salvatore Buzzi, il suo braccio imprenditoriale. Una trama che arrivava – o aspirava ad arrivare – anche al ministero degli Interni e al Vaticano. Al Viminale si muoveva Luca Odevaine, un passato nelle amministrazioni locali di sinistra e un presente al Tavolo nazionale su immigrati e richiedenti asilo. Da lì – per 5 mila euro al mese pagati da Buzzi, secondo il Ros – cercava di orientare le scelte a favore delle coop sociali di Mafia Capitale. Buzzi dopo aver perso per l’intervento del Tar del Lazio l’appalto da 20 milioni per il Cara di Castelnuovo di Porto voleva aprirne un altro nello stesso posto. E Odevaine si lavora prima il prefetto Rosetta Scotto Lavina – «un’idiota, si affida molto a me perchè non sa dove sbattere le corna», dice intercettato – poi l’altro prefetto Mario Morcone, alla guida di dipartimenti chiave. Odevaine si muove anche in ambienti vicini alla curia romana. Il Vicariato oggi si dice «del tutto estraneo» alle attività della Cooperativa «Domus caritatis» e del Consorzio «Casa della solidarietà», che non sono «riconducibili all’Arciconfraternita del Santissimo Sacramento e di San Trifone, di cui è in corso la procedura di estinzione». Con il camerlengo di San Trifone parlava Odevaine ricevendo promesse di «passaggi molto in alto». Al Vaticano puntavano invece Ernesto Diotallevi, boss storico indagato come referente di Cosa Nostra a Roma e in rapporti con Carminati. Lui e il figlio Mario erano entusiasti di aver agganciato nel febbraio 2013 il faccendiere Paolo Oliverio, poi arrestato per una truffa da 10 milioni all’Ordine dei Camilliani. «Mamma mia cacciano pure er Papa…tu t’immagini entri a far parte da sicurezza ar Vaticano? – dice Diotallevi senior -. Diventamo miliardari se quello c’ha una mossa per questi prelati». Oliverio si presentava come colonnello della Finanza legato ai servizi e destinato allo Stato Pontificio. Di sicuro c’è un finanziere del Nucleo Tributario di Roma – che affianca il Ros nell’indagine – indagato per abuso d’ufficio: sarebbe intervenuto per sbloccare una pratica. Gli arrestati ai domiciliari sentiti oggi – tra loro funzionari comunali e dirigenti di coop – respingono le accuse. Domani gli ultimi quattro, tra cui Mario Schina, uomo di fiducia di Odevaine. Buzzi lo chiamava ‘il canè, perchè «fa quello che dice ‘il padronè».

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