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LIBIA/ Le milizie puntano al petrolio, chiuso il porto principale

Le milizie filo-islamiche puntano al petrolio libico. Per il secondo giorno consecutivo, i combattenti di Fajr Libya (Alba della Libia), che dominano Tripoli, hanno tentato l’assalto a Sidra, il più grande porto di esportazione di greggio della Libia, che è stato chiuso per sicurezza. Gli aerei in dotazione all’ex generale Khalifa Haftar, alleato delle forze governative, hanno preso di mira le colonne di miliziani che si stavano avvicinando al polo energetico, quella «mezzaluna petrolifera» tra Sirte e Bengasi, che rappresenta la residua linfa vitale della Libia e che il premier Abdullah al Thani aveva definito, solo tre giorni fa, «sicura e sotto il pieno controllo del governo». Ai raid aerei si sono affiancati gli scontri sul terreno, con le forze governative sostenute da quegli ex ribelli ‘federalistì che lo scorso anno bloccarono per mesi l’esportazione di petrolio ricattando di fatto l’allora governo di Ali Zeidan, oggi alleati di Al Thani. Secondo fonti militari, raid e combattimenti hanno fatto 17 morti e 64 feriti oggi tra i filo-islamici, altri 38 sono stati uccisi nella giornata di ieri. Tre invece i soldati libici morti negli scontri, secondo le stesse fonti. «Un suicidio collettivo» dei miliziani, ha definito l’assalto il comandante dell’aviazione, Saqr el Gerushi. Ma l’attacco ai porti e ai giacimenti di petrolio preoccupa le fragili istituzioni libiche, insediate a Tobruk dopo che Tripoli è caduta in mano alle milizie di Fajr lo scorso agosto. La Camera dei rappresentati, riunitasi oggi nella città orientale, ha lanciato l’allarme mettendo in guardia la comunità internazionale: «Lo scopo dell’aggressione è quello di impossessarsi delle risorse per finanziare le loro operazioni terroristiche, così come quelle di altri gruppi terroristici in altre zone del mondo». Il Parlamento precisa in una nota che le milizie filo-islamiche di Fajr Libya e quelle di al Faruk (attive a Misurata) e i jihadisti di Ansar al Sharia (in Cirenaica) «si sono alleate per impadronirsi del Paese». Da qui l’appello alla comunità internazionale a «sostenere la Libia nella sua lotta al terrorismo», una lotta che al momento vede il Paese nordafricano spaccato in due, con due governi e due parlamenti, forze militari da una parte e milizie armate dall’altra. E come annunciato nei giorni scorsi dal premier, è partita l’offensiva anche a ovest, con raid aerei e combattimenti, per riprendere il controllo della frontiera con la Tunisia. In mattinata era stata annunciata la chiusura del confine di Ras Jedir da parte tunisina, poi i militari libici hanno riferito di aver ripreso il lato libico del terminal, con rinforzi da Zawiya e Sabrata, e di aver messo in fuga i miliziani. Dal canto suo, Fajr ha invece dichiarato di mantenere la posizione nel villaggio di Abu Kammash, sulla strada che da Tripoli porta in Tunisia, passaggio cruciale anche per le poche missioni diplomatiche che ancora mettono piede in Libia. Nel pomeriggio Tunisi ha smentito la chiusura del valico, assicurando che la frontiera è protetta dalla presenza delle forze armate. Tuttavia, nessuno pare abbia osato attraversala, nè in un senso nè nell’altro.

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