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SCENARI/ ln Tunisia si vota il primo presidente eletto direttamente dal popolo

Non ci sono nomi “nuovi”, in corsa per diventare domenica prossima il primo presidente della Tunisia eletto direttamente dal popolo. Beji Caid Essebsi, 88 anni, e Moncef Marzouki, 70, che si affrontano nel turno di ballottaggio, sono entrambi politici navigati. A votarli sarà però un Paese giovanissimo: l’età media della popolazione tunisina non raggiunge infatti i trent’anni. Cinque milioni di elettori i quali – già attraverso i risultati del primo turno – hanno mostrato di volere come capo dello Stato una personalità che non solo abbia capito l’urgente necessità di dare seguiti concreti alla “rivoluzione dei gelsomini” di tre anni fa ma abbia anche l’esperienza per guidare il Paese con una politica pragmatica e lontana dagli estremismi, a cominciare da quello religioso identificabile nella “islamizzazione” del Paese: quanto sta succedendo nella vicina Libia è un monito che sicuramente peserà non poco quando i tunisini metteranno la scheda nell’urna.
Essebsi, che si presenta proprio come una “diga” davanti al pericolo dell’ islamizzazione che “riporterebbe il Paese indietro di secoli”, è favorito. Molti pensavano addirittura che l’attuale primo ministro, che guida il governo dalla rivoluzione che ha deposto il presidente Ben Alì, avrebbe vinto già al primo turno, sullo slancio del trionfo del suo partito, il Nidaa Tounes, nelle elezioni politiche del mese di ottobre. Essebsi è giunto primo, ma non ha raggiunto la metà più uno dei voti: si è fermato al 39,46%, davanti a Marzouki, presidente provvisorio uscente e candidato dell’RCD (Rassemblement constitutionnel democratique) al 33,43%. Marzouki afferma di essere riuscito a contenere la spinta all’islamizzazione che ha seguito la rivoluzione e accusa Essebsi di rappresentare “il regime spazzato via dalla rivoluzione dei gelsomini”. La presenza di ben 27 candidati ha contribuito alla dispersione dei voti ma non ha impedito a qualche altro partito di emergere: primo tra tutti il Fronte popolare della Tunisia (FPT), il cui leader, il post-comunista Hamma Hammani, ha ottenuto il 7,82 per cento dei suffragi.
Decisivi per l’elezione del nuovo presidente saranno soprattutto i voti del secondo partito del Paese, l’islamista Ennahda – che fa parte della (troika al potere dal 2011 e ha nel Parlamento 69 deputati (contro gli 88 dell’RCD) ma non ha presentato un proprio candidato alle presidenziali – e altri partiti di sinistra come il Fronte popolare. Nei tre anni dalla rivoluzione, Ennahda, che in Tunisia è il portavoce del movimento dei Fratelli Musulmani di cui ha sostenuto il progetto politico, è accusato di averne tollerato la violenza. Secondo la sinistra tunisina è qui che vanno ricercati i mandanti dei due “martiri” del FP, Chokri Belaid e Mohamed Brahmi, assassinati lo scorso anno da killer islamisti; e sia l’FP che altre voci della sinistra accusano il presidente uscente Marzouki di non essere stato nell’occasione super partes. Di conseguenza Marzouki sarà molto probabilmente votato dagli elettori di Ennahda. I cui dirigenti, molto pragmatici, stanno in ogni caso cercando un accordo anche con Essebsi per poi poter entrare nel governo che dovrà per forza di cose, dati i numeri in parlamento, essere di coalizione: per sostenerlo avrebbero chiesto in cambio i ministeri dell’istruzione, degli affari sociali e dello sport.
Sia Essebsi che Marzouki hanno avuto incarichi istituzionale e di governo sia durante la presidenza del “padre della patria” Habib Bourguiba (1957-1977) che in seguito sotto Ben Alì. Al momento non ci sono però in Tunisia esponenti politici nuovi in grado di dare stabilità al Paese, che nella fase della transizione è stato difficile da governare ed è stato messo ai margini dei grandi progetti di sviluppo economico macroregionali, con conseguente crisi economica e una disoccupazione che colpisce soprattutto i giovani. Situazione di cui ha fatto le spese anche il “sogno tunisino” nel turismo di alta qualità. E’ per cambiare radicalmente le cose che Essebsi ha fondato Nidaa Tounes, un partito “modernista”, per lui “capace di portare la Tunisia nel XXI secolo”, una formazione abbastanza eteroclita alla quale hanno aderito uomini d’affari, intellettuali, sindacalisti, militanti di sinistra e anti-islamici. Il loro minimo comune denominatore: fermare l’islamizzazione, all’inizio obiettivo dichiarato, ora strisciante, di Ennahada e soci.
Non sono pochi, del resto, gli osservatori per i quali il grande pericolo cui è esposta la Tunisia è proprio il rischio di islamizzazione, il “contagio libico”, forse ineluttabile se non verranno innalzate solide barriere politiche a difesa di un paese che democratico lo è da tempo, come si è visto nella fase di transizione post-rivoluzione che sta terminando. Un presidente alternativo all’islamismo, e per di più con forti poteri in materia di diplomazia e sicurezza, è la soluzione più auspicabile per tutti, per la Tunisia e per i Paesi europei del Mediterraneo occidentale. Italia compresa, che anche per questo ha con Tunisi rapporti fecondi al cui ulteriore sviluppo tiene molto. Del resto, i tunisini andranno al voto avendo davanti agli occhio il rovescio della medaglia: una Libia con il governo centrale di fatto inesistente, dilaniata da feroci lotte tribali, con circa 1300 milizie armate pronte a farsi la guerra per un nonnulla e – soprattutto al confine con l’Egitto – con intrecci incontrollabili tra banditismo e fanatismo religioso.
Carlo Rebecchi

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