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E adesso accorpiamo le regioni?

Per ora si tratta di una semplice ipotesi di lavoro ma, approfittando della pausa natalizia, in queste ore si stanno moltiplicando i contatti informali a livello politico e di consiglieri di vario livello. L’obiettivo è ormai chiaro: a gennaio la riforma della Costituzione (che per diventare legge ha bisogno di quattro passaggi parlamentari) entrerà nel vivo della discussione nell’aula della Camera e ora si tratta per trovare un accordo fra i partiti e i presidenti delle Regioni per inserire nel testo alcune modifiche agli articoli 131 e 132 che stabiliscono il numero delle Regioni e le loro missioni principali.
Come non è mai successo prima, a tirare la volata all’accorpamento sono proprio molti presidenti di Regione. Alla tesi sostenuta da sempre dal presidente della Campania, Stefano Caldoro di Forza Italia si sono recentemente uniti il presidente del Lazio, Nicola Zingaretti, e soprattutto quello del Piemonte, Sergio Chiamparino, che è anche presidente della Conferenza delle Regioni.
Sia Chiamparino che Zingaretti hanno pubblicamente sostenuto tesi dirompenti. Primo: le Regioni così come sono non funzionano più e rischiano di rimanere schiacciate sotto una montagna di debiti. Secondo: fin da subito le Regioni potrebbero decidere autonomamente di svolgere assieme alcune funzioni per risparmiare denaro pubblico ma anche per rendere più efficienti i loro servizi.
Tesi che a livello politico stanno trovando un terreno fertile soprattutto nel Pd ma anche nella Lega da sempre favorevole alle Macroregioni e che negli ultimi mesi è impegnata in un processo di trasformazione in partito di livello nazionale. Non a caso negli scorsi mesi alcuni parlamentari romani del Pd, in particolare il deputato Roberto Morassut e il senatore Raffaele Ranucci, hanno presentato un disegno di legge che, trasformando Roma in una sorta di Città-Stato con un’unico livello amministrativo a governarla, ridisegna l’intero sistema delle Regioni portandole da 20 a 12. Proposte analoghe sono state presentate da parlamentari di Forza Italia come Paolo Russo, l’ex ministro Maria Stella Gelmini e il capogruppo alla Camera, Renato Brunetta. Per costoro il numero delle Macroregioni potrebbe scendere a cinque anche se è tutto da analizzare il nodo delle Regioni a statuto speciale fra le quali spicca il caso Alto Adige sul quale vige anche un’intesa con l’Austria.
Tra l’altro è l’Europa a dare una mano a chi vuole semplificare il sistema italiano di governo del territorio. In Francia il presidente socialista Francois Hollande il mese scorso ha deciso di ridurre le Regions da 22 a 14 e ha semplificato le funzioni dei 100 Dipartimenti (così oltralpe chiamano le Province). Anche nella Germania Federale, che ha 16 potentissimi Laender, sta accadendo l’impensabile: i Laender più piccoli, in particolare quello della Saar, stanno chiedendo di unificarsi ad altri perché non ce la fanno più a ripagare i debiti.
In questo scacchiere in rapida evoluzione fa rumore il gran silenzio del governo Renzi. In realtà, sotto la superficie da calma piatta è chiaro che si stanno muovendo molte cose. Anche perché il progetto di accorpamento delle Regioni piace moltissimo a Matteo Renzi. Lo conferma un episodio accaduto lo scorso 20 marzo quando il premier incontrò per la prima volta la Conferenza dei presidenti regionali e di fronte alle prime, timide, ipotesi di accorpamento pronunciò una significativa frase riportata dall’Ansa: «Cari presidenti se siete tutti d’accordo alzate la palla che io poi la schiaccio».

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