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Mafia Capitale, Riesame: “Carminati capo di una organizzazione ramificata. Con Alemanno sindaco salto di qualità”

Un’organizzazione che operava nella Capitale da anni nei settori criminale, economico e della pubblica amministrazione, che si espande in “seguito alla nomina di Alemanno quale sindaco di Roma”. Così il Riesame spiega l’evoluzione di Mafia Capitale nelle motivazioni al rigetto della revoca degli arresti di 5 indagati.

”A Roma operava da anni una organizzazione strutturale di uomini e mezzi funzionale alla realizzazione di una serie indeterminata di delitti con attività che si estendevano in diversi campi: propriamente criminale, economico e della pubblica amministrazione”. Ecco che cosa è, per i giudici del tribunale del Riesame di Roma, quella che la procura ha chiamato ‘Mafia Capitale’, e cioè ”una ramificata organizzazione della quale Massimo Carminati (ex estremista nero) è il capo e il riconosciuto punto di riferimento degli altri sodali”. E ancora. Il sodalizio che faceva capo a Carminati e che ”operava inizialmente in un ristretto ambito territoriale nel settore delle estorsioni, dell’usura, delle rapine e delle armi, con base presso il distributore di carburanti gestito da Roberto Lacopo”, ad un certo punto ”si apre a nuove prospettive”: rivolge la sua attenzione al settore economico e della pubblica amministrazione. Per il tribunale del riesame, ”le ragioni di tale espansione devono essere ricondotte, in primo luogo, al fatto che, a seguito della nomina di Alemanno quale sindaco di Roma, molti soggetti collegati a Carminati da una comune militanza politica nella destra sociale ed eversiva e anche, in alcuni casi, da rapporti di amicizia, avevano assunto importanti responsabilità di governo e amministrative nella capitale”.

Nelle 87 pagine di motivazioni, il collegio, presieduto da Bruno Azzolini, fa proprio il concetto di associazione di tipo mafioso (che si avvale della forza intimidatrice del vincolo associativo e della conseguente condizioni di assoggettamento e di omerta’), così come configurato dal gip Flavia Costantini secondo le indicazioni della procura. Un’associazione ”in cui tutti i singoli sono perfettamente consapevoli di far parte di un sodalizio durevole e di operare per l’attuazione del programma criminoso comune”. Spiegano i giudici del Riesame: Carminati ”gestisce i vari settori operativi dell’organizzazione così da una parte controlla il settore propriamente criminale avvalendosi della collaborazione di Roberto Lacopo, formale gestore di un distributore di benzina a Corso Francia, di Riccardo Brugia e Matteo Calvio, persone aduse alla violenza”.

Tutto ruotava intorno al Guercio. A Roma, infatti, c’era il ‘mito’ Carminati. Un personaggio ”la cui storia criminale ha certamente contribuito ad accrescerne la ‘fama”’. Un soggetto ”pericoloso e violento per la società a tutti i livelli che deve essere posto in condizione di non nuocere”. Per il tribunale del Riesame, che ha confermato l’ordinanza di custodia cautelare in carcere firmata dal gip Flavia Costantini, ”è certo che la figura di Carminati sia fulcro indiscusso del sistema di tipo mafioso che operava soprattutto nella Capitale”. Era così temuto che un imprenditore, intenzionato a richiedere la protezione della malavita per non dare soldi al gruppo legato all’ex Nar, fu costretto a cambiare idea quando lo stesso malvivente al quale si era rivolto (un tal ‘Curto’ di Montespaccato), informato dell’identità degli estortori, gli suggerì di lasciare perdere dicendogli ‘daje i soldi”’. La ”contiguità con la Banda della Magliana, l’appartenenza ai Nar, il coinvolgimento in processi di straordinaria importanza mediatica”, come quello sulla strage alla stazione di Bologna, dell’omicidio Pecorelli e quello del furto al caveau della banca interna al palazzo di giustizia di Roma ”sono indubitabilmente circostanze che hanno reso Carminati personaggio criminale di eccezionale notorietà”. L’assoluzione dal depistaggio sulla strage e dal delitto Pecorelli e la non pesante condanna inflitta a Carminati per il furto del caveau ”hanno contribuito – scrivono i giudici – ad accrescere tale notorietà valorizzando la nomea di ‘intoccabile’, di soggetto in grado di uscire indenne da ogni situazione in ragione di oscuri collegamenti con centri di poteri ai massimi livelli”.

Sull’ex terrorista nero, i giudici del Riesame non sembrano avere dubbi: è una persona spregiudicata e violenta, disposta a fare uso di armi o a nutrire propositi ”di tortura di coloro che si oppongono ai suoi programmi”. La sua capacità di infiltrazione ”nel settore politico-imprenditorial-economico anche con metodi corruttivi è palese e costituisce una concreta minaccia per le istituzioni. Il cinismo e l’estremo grado di determinazione nel delinquere di Carminati – conclude il tribunale – portano, in definitiva, a ritenere che esista un attuale più che concreto pericolo di recidiva”.

Sul versante economico, poi, l’ex esponente dei Nar ”si avvaleva della partecipazione criminale di quelli che sono stati definiti imprenditori collusi e cioè di quegli operatori economici che, perfettamente consapevoli della natura dell’organizzazione che fa capo a Carminati e della sua forza di intimidazione e penetrazione anche negli ambienti politico-amministrativi, decidono scientemente di entrare a far parte del suo gruppo per ottenere vantaggi economici”. Ma ”è nel settore della pubblica amministrazione – si legge nel provvedimento del Riesame – che l’organizzazione criminale si manifesta al proprio meglio. In questo campo l’organizzazione opera attraverso le cooperative che fanno capo a Salvatore Buzzi e che detengono una posizione assolutamente dominante negli appalti, in numerosi settori dell’attività del Comune di Roma e di altri minori enti pubblici territoriali, che ottengono attraverso l’opera di corruzione dei pubblici funzionari e/o attraverso la loro intimidazione”. In questo settore Carminati e Buzzi ”lavorano in continuo contatto fra loro e con una sinergia di intenti efficiente e funzionale che porta a risultati ottimi per l’organizzazione in termini di commesse e guadagni”. Ma “a fronte di una posizione sostanzialmente monopolistica dell’acquisizione degli appalti dei servizi del Comune di Roma da parte delle cooperative di Buzzi, nessuno (in sede politica o con denunce penali) ha mai osato denunciare il sistema di chiaro stampo mafioso vigente – scrivono i giudici del tribunale del Riesame – Per gli appalti l’organizzazione agisce imponendo agli altri concorrenti le proprie condizioni attraverso accordi (certamente illegittimi e che integrano turbativa d’asta) che non avvengono su di un piano di parità ma attraverso la ratifica di scelte fatte dall’associazione criminale”.

Per il tribunale del riesame, quindi, il sodalizio che faceva capo a Carminati si è ingrandito con la nomina di Alemanno a sindaco di Roma. Così “molti soggetti collegati all’ex Nar da una comune militanza politica nella destra sociale ed eversiva e anche, in alcuni casi, da rapporti di amicizia, avevano assunto importanti responsabilità di governo e amministrative nella capitale”. “Si pensi ad esempio – scrive il Riesame – a Carlo Pucci, con responsabilità formali e di fatto nell’Ente Eur, a Luca Gramazio, consigliere comunale e figlio di Domenico Gramazio, storico esponente politico della destra romana, e a Franco Panzironi, amministratore delegato di Ama fino al 2011 e di fatto anche negli anni successivi”. Per il tribunale, ”questo salto di qualità dell’attività dell’associazione in questo settore, reso possibile solo in ragione della notorietà criminale di Carminati e del gruppo che lo stesso comanda, è avvenuto grazie all’accordo intervenuto con Salvatore Buzzi (responsabile della Cooperativa ’29 giugno’, ndr) in ragione del comune passato criminale. Tale accordo – sottolineano i giudici – ha consentito all’associazione di pervenire ad un sostanziale controllo sull’intera attività del Comune di Roma e delle sue partecipate (Ama e Ente Eur) in quei settori nei quali le cooperative di Buzzi operano e cioè il verde pubblico, la gestione dei rifiuti differenziati, le varie emergenze nomadi, immigrati, neve e alloggi”.

Può in definitiva ”essere affermato – si legge nel provvedimento – che un’associazione criminale operante a Roma soprattutto nel settore ‘recupero crediti’ si amplia ricomprendendo nella propria area di interesse anche il settore economico e quello legato alla pubblica amministrazione”. Secondo i giudici ”tale associazione si avvale, quindi, della capacità di intimidazione già ampiamente collaudata nei settori tradizionali delle estorsioni e dell’usura, esportando gli stessi metodi, anzi raffinandoli, nei nuovi campi economico-imprenditoriale e della pubblica amministrazione nei quali più che con l’uso della violenza o della minaccia, si avvale del richiamo alla ‘fama criminale’ acquisita, senza, tuttavia, abbandonare forme di diretta espressione violenta ed intimidatrice, che vengono utilizzate all’occorrenza”.

Non solo. La ‘ndrangheta riconosceva nella Mafia Capitale una “organizzazione della medesima dignità”. I giudici nel documento ricostruiscono i rapporti che il clan guidato da Massimo Carminati aveva intessuto con le altre grandi organizzazioni mafiose. ”Vi è prova che Mafia Capitale ha avuto rapporti d’affari con l’organizzazione mafiosa calabrese e che le due compagini hanno interagito tra loro dimostrando rispetto reciproco. Dalle conversazioni intercettate si evince chiaramente che le due organizzazioni sono sullo stesso piano di importanza e che si spartiscono le sfere di competenze territoriali ed economiche – sottolineano i giudici del Riesame – E’ di immediata evidenza che se una consolidata associazione di stampo mafioso, come la ‘ndrangheta, decide di interagire con un’altra organizzazione per la gestione degli affari illeciti, vuol dire che riconosce a tale organizzazione la medesima dignità criminale che ritiene di possedere”. Nel caso specifico, dalle indagini risulta che Carminati sia da anni in affari con il clan Mancuso dei Limbadi attraverso la figura di Giovanni Campennì, imprenditore di riferimento di quella cosca ‘ndranghetista. Intanto, il tribunale del riesame ha anche deciso che restano in carcere Rocco Rotolo e Salvatore Ruggiero, gli ultimi due a finire in manette nell’ambito dell’indagine su Mafia Capitale, accusati dalla procura di associazione di stampo mafioso

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