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Renzi a deputati Pd, siamo a un bivio. Ora alla prova dei fatti

Gennaio rigido, gennaio ‘di fuocò per il governo e per tutto il Pd. La prima riunione del 2015 del premier Matteo Renzi e dei deputati Dem non poteva non essere segnata dal bivio cruciale che li attende nel primo mese dell’anno: superare di slancio o deflagrare davanti a riforme costituzionali, Italicum, partita per il Quirinale. Un bivio di fronte al quale Renzi chiede fedeltà all’intero partito. Perchè, è il suo pensiero, l’alternativa è che crolli tutto, incluso chi, oggi, all’interno del Pd, non condivide le scelte del premier-segretario. È lo stesso Renzi a non nascondere la delicatezza del momento. «Gennaio 2015 è il bivio, vediamo se la legislatura esiste o resiste», è l’avvertimento lanciato dal premier, che per dare più forza al suo messaggio cita anche un passaggio del discorso del presidente Giorgio Napolitano del 22 aprile 2013, ricordando le parole del Capo dello Stato: «Dopo il fallimento della trattativa sul Quirinale occorreva fare davvero le riforme o questa legislatura è fallita». Parole che, negli ambienti della minoranza, non faticano ad interpretare come un aut-aut con il voto anticipato come «extrema ratio». E non a caso, al termine della riunione c’è irritazione tra gli esponenti della minoranza Pd. Questi incontri testimoniano che ormai con il premier c’è «un dialogo tra sordi», ammette un parlamentare e non giova certo al clima interno del partito, l’ombra scura della norma salva-Berlusconi, vero e proprio grimaldello che ha fatto saltare il fragile equilibrio interno al Pd emerso alla fine del 2014. Dalla riunione abbiamo avuto «risposte non chiare, insoddisfacenti ed evasive», ammette Alfredo D’Attorre al termine dell’incontro, chiaramente non soddisfatto della «manina» messa dal premier sulla norma salva-Berlusconi per parare sospetti e polemiche. Una mossa che non è bastata a spegnere i malumori delle varie anime della minoranze, convinte che quella di rinviare ogni decisione sul decreto fiscale al 20 febbraio, ovvero «a babbo morto», come osserva Pippo Civati, sia una scelta «sbagliata» anche in vista del confronto sul Colle. Confronto sul quale, nonostante Renzi abbia annunciato una riunione dei gruppi Pd per condividere il metodo, restano diverse incognite all’interno dei Democrat. Non a caso Gianni Cuperlo, intervenendo alla riunione, chiede una riunione del partito che verta sulla situazione politica e, in particolare, sul capitolo tutt’altro che chiuso del Jobs Act e sul decreto fiscale. E non meno deluso è Francesco Boccia, che, come Fassina, non interviene all’incontro, ma in serata osserva: «purtroppo sono stato facile profeta 45 minuti di dibattito per le riforme forse non sono un tempo adeguato. Abbiamo il dovere di rivederci presto mettendo insieme legge elettorale, fisco e Quirinale». Tre partite che Renzi però tratterà separatamente. Con il cronoprogramma delle riforme nel cassetto – e la convinzione che, al di là di minime aperture alle richieste della minoranza Pd entro gennaio arriverà l’ok della Camera – e il decreto fiscale rinviato a fine febbraio, è soprattutto sul Colle che Renzi riunirà il partito. Chiedendo quell’unità che, oggi, resta tuttavia ancora lontana.

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