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Napolitano conferma l’addio il 14, Renzi apre subito le danze

Domani, a Strasburgo, Matteo Renzi calerà il sipario sul semestre di presidenza italiana dell’Ue. E in contemporanea alzerà ufficialmente il sipario sulla partita del Quirinale: oggi il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha confermato al premier che mercoledì ufficializzerà il suo addio, chiudendo per sempre le speranze, ormai ridotte al lumicino, di un rinvio di una settimana. Ma Renzi, alla vigilia delle grandi manovre, è convinto di avere il campo da gioco sotto controllo, di riuscire ad approvare entro il 29 le riforme trovando in parallelo il candidato ed i numeri per il Colle. Nonostante l’ottimismo mostrato dal premier e dai suoi, tutti sono consapevoli che il quadro sia interno sia estero rende la scelta del prossimo presidente della Repubblica tanto delicata quanto complicata. Gli attentati di Parigi, da un lato, ed il terremoto che rischia di abbattersi sull’eurozona in caso di vittoria di Tsipras, il 25 gennaio, invitano tutti, premier in primis, a ponderare con la massima attenzione il profilo del futuro Capo dello Stato. Preoccupazioni e osservazioni che oggi, secondo quanto si apprende da ambienti parlamentari, sarebbero state condivise tra Napolitano e Renzi. E che, tradotte nei rumors di Transatlantico, farebbero crescere le quotazioni di personalità politiche, «con la P maiuscola», come dice lo stesso premier, e riconosciute all’estero. Sarebbero state queste le riflessioni al centro del colloquio tra premier e Capo dello Stato e non, chiariscono a Palazzo Chigi, un nuovo, seppur discreto, tentativo di Renzi di trattenere Napolitano. Proprio per la necessità di coniugare il profilo giusto con i numeri parlamentari, il presidente del consiglio non ha intenzione di tergiversare in trattative estenuanti. Venerdì ha convocato la direzione del Pd nella quale lancerà il primo appello all’unità del partito, indicherà il metodo per cercare di eleggere al quarto scrutinio, con l’ormai famoso metodo Ciampi, il Capo dello Stato e darà i primi elementi del profilo a suo avviso ideale. La minoranza Pd, però, è scettica che la «chiamata» di Renzi aprirà ad una vera condivisione della candidatura. Ma il premier sa che, se a lui spetta il diritto di fare il nome, non ha, invece, la certezza di eleggerlo. «Se il segretario – spiegano esponenti bersaniani – non condivide con il Pd il nome, il numero dei dissidenti dem può arrivare a 130, un numero che Renzi non riuscirebbe a colmare neanche con Fi visto che i grandi elettori azzurri sicuri sono 110 se si escludono i 40 fittiani». Calcoli che ben descrivono il clima di sospetti incrociati tra i dem. E ai quali i renziani sperano di rispondere riuscendo a portare a casa la riforma costituzionale alla Camera e l’Italicum in Senato entro il 29 gennaio, un passo avanti sulle riforme ma anche la prova di forza in vista della conta al Quirinale. In parallelo, nelle due settimane prima dell’avvio delle votazioni, il premier sonderà la disponibilità di vari candidati. Secondo quanto raccontano fonti parlamentari, attraverso i fedelissimi Renzi avrebbe già fatto un primo giro d’orizzonte tra personalità varie, da Sergio Mattarella a Ignazio Visco. Perchè, chiariscono i renziani, solo quando il leader Pd avrà un quadro chiaro offrirà un nome al vaglio di Silvio Berlusconi. E questo avverrà quanto più a ridosso dell’inizio delle votazioni per non bruciare il candidato giusto.

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