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Mozione FDI-AN sull’azienda della famiglia Renzi: se irregolarità renda i soldi

«In Italia per qualunque imprenditore è impossibile accedere al credito, anche per questo si susseguono drammi familiari e suicidi. È dunque lecito chiedersi: è normale che gli italiani paghino i debiti dell’azienda del premier?». Giorgia Meloni va giù dura e porta in Parlamento il caso Chil, dal nome della società della famiglia del premier Matteo Renzi. Lo fa con una mozione targata Fdi-An in cui si chiede al governo di fare chiarezza, promuovendo opportune iniziative per la contestazione del danno erariale e il recupero delle somme stanziate se le irregolarità emerse venissero confermate. La vicenda, «poco chiara» rimarca più volte Meloni, è questa. «Nel 2009 – spiega la presidente di Fdi-An – le Chil ottiene un prestito di 437mila euro dal Credito Cooperativo di Pontassieve, un prestito ottenuto senza nessuna ipoteca ma grazie alla garanzia della Fidi Toscana, società partecipata dalla Regione Toscana. All’epoca Renzi era presidente della Provincia. La Chil ottiene il prestito e, un anno dopo, viene divisa in 2 società: la Chil promozione, che resta di proprietà famiglia e assorbe tutta la parte buona dell’azienda, e la Chil post che viene fatta fallire». Nel mezzo restano 263mila euro di mutuo insoluto che vanno restituiti alla Bcc di Pontassieve, «e che vengono ripianati con i fondi pubblici, ovvero attraverso la Fidi Toscana. Che, in un secondo momento, si rifa sul fondo ad hoc istituito dal ministero dello Sviluppo ecomomico, il tutto mentre Renzi, nel frattempo, è diventato presidente del Consiglio». Non è tutto. Meloni rincara la dose denunciando una «serie di irregolarità formali» che avrebbero contraddistinto l’intero iter. «Se confermate – puntualizza – lo Stato dovrebbe riprendersi quei soldi e non far pagare i debiti dell’azienda di famiglia del premier agli italiani».
A spiegare le presunte irregolarità è il consigliere regionale di Fratelli d’Italia in Toscana Giovanni Donzelli, in conferenza stampa al fianco di Meloni. «Nel regolamento della Fidi Toscana – indica – è specificato che per accedere alla garanzia il beneficio è rilasciato per un importo massimo garantito non superiore al 60% del finanziamento, elevabile all’80% in caso di prestiti a pmi femminili. La Chil è formata da tre donne, ovvero le sorelle di Renzi, quindi ottiene l’ampliamento della garanzia». «Ma a luglio 2009, a mutuo appena stanziato, le tre donne escono da società e la lasciano a un uomo. Incassati i soldi – sostiene Donzelli – hanno tolto le donne dall’azienda». Inoltre, «nel 2010 viene spostata la sede da Toscana a Genova, è questo non è solo immorale. Il regolamento della Fidi prevede che eventuali variazioni nell’assetto proprietario vanno comunicate» per consentire a Fidi di «rivalutare la garanzia. La famiglia Renzi non ha mai comunicato modifiche degli assetti societari. Se Fidi si fosse accorta del cambiamento, avrebbe revocato la garanzia». «Qualcuno – osserva Donzelli – potrebbe chiederci cosa c’entri il presidente del Consiglio quando l’azienda apparteneva alla sua famiglia. Ma Renzi è stato socio della Chil, quando è stato chiesto il finanziamento in questione era dirigente in aspettativa perché presidente della provincia. Un’aspettativa che gli ha consentito di maturare i contributi per la pensione».

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