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L’ultimo D’Alema, diplomatico ma politicamente invecchiato

di Carlo Rebecchi
Niente clava. Meglio il fioretto, l’arma che Massimo D’Alema utilizza, nell’attuale momento della politica nostrana, contro Matteo Renzi. Contro il segretario-premier rottamatore, la minoranza del partito democratico, trascinata dai Fassina & Cuperlo & Civati & company, vorrebbe avere il bozooka, come Mario Draghi. Non avendolo, si accontenta della clava, assestando con forza ogni tipo di colpi. Un campo di battaglia nel quale non si vede, in queste ore, il nome dell’uomo che, dal PCI all’odierno PD, è stato associato, a torto o a ragione, a tutti i “complotti” interni al principale partito della sinistra: Massimo D’Alema.

E’ sempre stato così. Ai tempi della concorrenza con Walter Veltroni nel Pci, i due erano definiti i “fratelli coltelli”, nel senso che quando uno saliva l’altro si metteva al lavoro per provocarne il fallimento; e viceversa. Nel PD, l’ultima “vittima” di D’Alema (che però ha sempre smentito) sarebbe stato Romano Prodi, clamorosamente eliminato due anni fa dai 101 franchi tiratori del Pd mentre era quasi sicuro di essere eletto al Quirinale dopo Giorgio Napolitano. Fallimento, quello del professore bolognese, la cui regia secondo Stefano Fassina sarebbe da addebitare anche a Matteo Renzi.

L’ultimo D’Alema è invece un apparente esempio di moderazione. Renzi lo ha rottamato e lui gli ha reso pan per focaccia, ostacolandolo in maniera scientifica il suo arrivo al potere. Eppure chi vorrebbe sentirlo parlare come Cuperlo o come Fassina rimane deluso. “Baffetto” rimane per molti “l’eminenza grigia”, o un “complottatore”; ma quando parla, soprattutto in questa fase di drammatica baraonda nel PD, usa toni diplomatici degni di un ministro degli esteri. E’ evidente che si considera oggi più esponente della sinistra europea che di quella italiana. Renzi ha stoppato la sua ambizione di diventare il ministro degli esteri dell’Ue, incarico al quale è stata destinata la sicuramente più modesta Mogherini.

A 66 anni, è vicepresidente dell’internazionale socialista, un pensionamento di lusso. E probabilmente usa il fioretto, invece della clava, forse perché spera di essere chiamato un giorno a svolgere compiti importanti a livello europeo. E’ l’unico comunista italiano ad essere stato presidente del consiglio, dal 1998 al 2000. Ma quello che fino a pochi anni fa era un vanto oggi è un handicap. Lui comunque può presentarsi come un “vecchio saggio”, la memoria storica di un’epoca che sta finendo, e in parte è già finita.

Del resto D’alema ammette che è addirittura difficile dire se il suo Pd “è di sinistra”. Una “domanda difficile, la risposta richiede una lunga meditazione – ha spiegato ai giornalisti stranieri in Italia -. Il Pd è nato come partito plurale, di centrosinistra. Geneticamente non è di sinistra; quanto in esso resta della sinistra e quale peso abbia mi pare una questione ancora aperta…”. Di più non dice, salvo precisare che oggi “c’è una infantilizzazione della politica, con l’annuncio di una sorpresa ogni tre giorni” e le citazioni che sentono “sono, magari involontariamente, degli anni venti, perché il nuovo è troppo impegnato a costruire il futuro e legge poco”.

Sullo scontro tra Renzi e la minoranza del partito, che dovrebbe vederlo tra i principali avversari del segretario-premier, il D’Alema diplomatico – o forse non soltanto rottamato, ma anche politicamente invecchiato- non si pronuncia. Poi puntualizza però di “non essere per le maggioranze variabili” (come quella Pd-Forza Italia nata sulla legge elettorale) “perché non trasparenti. E se parte un nuovo corso politico sarebbe una novità non positiva”.

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