| categoria: Cultura

LIBRI/ Gli inganni della straripante Marylin

Ci sono principalmente due modi di affrontare un personaggio straripante e insieme sfuggente come Marilyn Monroe. Uno è il saggio sulla recitazione di uno specialissimo ‘animale cinematografico’ o sulle influenze tra carisma personale e star system; l’altro è l’approccio biografico alla sfortunata diva-bambina nata Norma Jeane Mortenson, con la madre insana di mente e una morte misteriosa per la quale si chiamano periodicamente in causa i Kennedy, la Cia e la mafia. L’ultimo libro sull’attrice, ‘Marilyn Monroe. Inganni’ di Nuccio Lodato e Francesca Brignoli, si colloca esattamente in mezzo. In un periodo in cui l’appena passato cinquantenario della morte ha invaso il mercato editoriale di una valanga di libri sulla Monroe («un argomento in vistosa bulimia bibliografica», sottolineano gli autori) era quanto meno doveroso percorrere strade nuove o tentare, come in questo caso, una sintesi inedita. Aperto da una puntuale cronologia che arriva ai giorni nostri con il progetto di film ‘Blonde’ con Jessica Chastain, il libro si svolge con una struttura curiosa, per metà a capitoli tematici (uomini, donne, sesso, tecniche, etc.), e per metà schedario sui film, dall’apparizione, giovane e già conturbante, in ‘Una notte sui tetti’ accanto a Groucho Marx («Mi aiuti, degli uomini mi inseguono». «Davvero? Non riesco a capire perché!») a quella sorta di «ritratto obliquo» che il marito Arthur Miller le fece ne ‘Gli spostati’ di John Huston. Già autori di un libro su Ingrid Bergman, Lodato e Brignoli incrociano dati biografici e aneddoti di lavorazione con le riflessioni più recenti della critica, e così facendo ridisegnano caratteristiche e prerogative di una stella irripetibile, uscendo dal cliché dell’attrice «che aveva il sesso stampato in faccia» (Alfred Hitchcock). Non per negarlo, ma per arricchirlo individuando anche il talento personale dell’interprete e la sua volontà di usarlo malgrado un irresistibile sex appeal. A chi le suggerì che avrebbe potuto far soldi anche stando semplicemente immobile davanti alla macchina da presa, lei rispose: «Non lo voglio. Perché voglio essere un’artista, non un fenomeno da baraccone». Marilyn Monroe viene così fuori come un’interprete istintiva eppure caparbia, un’attrice che, pur essendo una naturale ammaliatrice, usava coscientemente la sua capacità di parodiare, impersonando un ruolo ma osservandolo al tempo stesso dall’esterno. Una creatura fragile che venerava Eleonora Duse (come rivela un breve saggio di Maria Pia Pagani, ospitato al centro del libro) e che seppe coltivare le proprie ambizioni con una volontà di ferro. «Ci devono essere migliaia di ragazze come me – scrisse la stessa Monroe -, sedute e sole, che sognano di diventare una stella del cinema. Ma non devo preoccuparmi di loro. Il mio sogno è più intenso».

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