| categoria: economia

Ilva, dichiarata l’insolvenza a Milano, debiti per tre miliardi

Il Tribunale fallimentare di Milano ha dichiarato oggi lo stato di insolvenza di Ilva Spa. La decisione, un passaggio se si può dire obbligato, rientra nella procedura di amministrazione straordinaria alla quale la società è stata ammessa dal ministero dello Sviluppo Economico lo scorso 21 gennaio con contestuale nomina di tre commissari, Piero Gnudi, Corrado Carruba (per entrambi si è trattato di una conferma) ed Enrico Laghi ed immediato ricorso da parte di Gnudi per ottenere la dichiarazione di insolvenza. La sentenza, depositata nel pomeriggio e alla quale fra cinque mesi seguirà la revisione dello stato passivo, è arrivata dopo che l’altro ieri i giudici della seconda sezione civile, Cesare de Sapia, Caterina Macchi – peraltro nominata giudice delegato della procedura – e Francesca Mammone, si sono riuniti in camera di consiglio per valutare la richiesta. Richiesta che dunque è stata accolta in quanto, si legge nella sentenza, l’azienda tarantina «ha dimostrato il possesso congiunto» dei requisiti previsti dalla legge, sia per il numero dei dipendenti che allo scorso 30 novembre e «senza sostanziali variazioni nei 12 mesi precedenti» erano 14.511, sia perchè «presenta un indebitamento complessivo pari a euro 2.913.282.000» (sopra il tetto di 300 milioni previsto dalla norma, ndr). Inoltre, osserva il Tribunale, Ilva «si trova in stato di insolvenza (…), risultando che la società presenta capitale circolante negativo per circa 866 milioni di euro – i dati si riferiscono sempre a due mesi fa -, una posizione finanziaria netta negativa per 1.583 milioni di euro, una progressiva riduzione del patrimonio netto contabile e una redditività negativa della gestione». E infine, non può far fronte ai debiti con mezzi normali: infatti, annotano i giudici, «nonostante le articolate misure messe a disposizione del Commissario da interventi legislativi speciali (…) non sussistono nè mezzi propri nè affidamenti da parte di terzi che consentano di soddisfare regolarmente e con mezzi normali le obbligazioni e di far fronte, contestualmente, all’attuazione degli interventi previsti dal Piano Ambientale approvato con» il cosiddetto ‘salva-Ilvà del marzo dell’anno scorso. Con la dichiarazione di insolvenza di Ilva e la fissazione dell’adunanza dei creditori per l’esame dello stato passivo per il prossimo 29 giugno, da un lato è stato posto l’ultimo ‘timbrò per dare il via alla procedura di amministrazione straordinaria che ha lo scopo di assicurare la prosecuzione dell’attività dell’azienda in vista di una cessione; dall’altro si profila la possibilità di un aggravamento, dal punto di vista penale, della posizione di alcuni dei componenti della famiglia Riva già indagati in diverse inchieste a Taranto e Milano: rischiano nuove incriminazioni per il crac del colosso siderurgico. In più, come è stato fatto notare al palazzo di Giustizia di Milano, il caso Ilva porrà un problema non secondario: si prevedono circa 20 mila domande di ammissione al passivo con il serio pericolo, se non si provvede al potenziamento dell’organico, del ‘collassò della sezione fallimentare già oberata di un carico di lavoro notevolmente lievitato negli ultimi anni. Il deposito del provvedimento dei giudici fallimentari è arrivato in un’altra giornata ‘nerà per l’acciaieria: si sono fermati nuovamente alcuni impianti per mancanza di materie prime e difficoltà negli approvvigionamenti per lo stop dei rifornimenti da parte di alcune aziende dell’indotto che attendono di essere pagate e anche a causa della protesta degli autotrasportatori. Protesta cominciata una decina di giorni fa, anche con un presidio davanti alle portinerie dello stabilimento con i loro tir, e che proseguirà «a tempo indeterminato» in assenza di provvedimenti concreti di natura finanziaria e fiscale da parte del Governo. Intanto in Parlamento è stato depositato un pacchetto di emendamenti: uno per rendere eseguibile da parte della banca svizzera Ubs il trasferimento all’amministrazione straordinaria dell’Ilva dei circa 2 miliardi sequestrati ai Riva dalla magistratura milanese, l’altro per fissare a luglio 2016 il termine ultimo per completare i lavori di risanamento ambientale previsti dall’Aia, l’autorizzazione integrata ambientale. Nel frattempo gli operai dell’indotto del gruppo hanno sciolto i presidi davanti al Municipio di Taranto e alla portineria ‘Impresè dello stabilimento.

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