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Obama lancia una finanziaria da 4mila miliardi di dollari, stop ad una austerità irragionevole

Sostituire «un’austerità irragionevole» con investimenti «intelligenti» per rafforzare l’America in modo «fiscalmente responsabile». È questo l’obiettivo della legge finanziaria da quasi 4.000 miliardi di dollari presentata dal presidente americano democratico Barack Obama per l’anno fiscale 2016 e da lui definita «concreta e non di parte». Sono previste entrate da 3.530 miliardi e uscite da 3.990 con un deficit da 474 miliardi nell’anno fiscale che inizia il primo ottobre. L’intento è stabilizzare il deficit sotto il 3% del Pil nell’arco dei prossimi 10 anni eliminando scorciatoie fiscali usate dai ricchi (che verranno tassati di più) mentre si rilanciano gli investimenti infrastrutturali e si aumentano gli sgravi in favore di famiglie della classe media. Sono due i pilastri portanti della manovra -«totalmente finanziata attraverso la combinazione di tagli alla spesa intelligenti e della riforma tributaria» – su cui un Congresso interamente repubblicano non sarà disposto a cedere: ampi aumenti delle aliquote sui più abbienti e sulle multinazionali e l’approvazione di una riforma dell’immigrazione che stimolerebbe l’economia dando uno status legale a milioni di lavoratori che ora sono nell’ombra. Nel piano «ambizioso» della Casa Bianca ci sono tuttavia proposte da cui Obama e l’opposizione potrebbero partire nei loro negoziati. Entrambi vorrebbero eliminare i freni imposti sul piano militare dai tagli automatici alla spesa approvati nel 2011 e diventati famosi con il nome «sequestration». «Sarebbero negativi per la nostra sicurezza e per la nostra crescita». Inoltre sia i democratici sia i repubblicani sono consapevoli del fatto che il fondo destinato a finanziare opere infrastrutturali avrà le casse vuote a giugno e che dunque serve riempirle. Per sottolineare l’importanza di questo punto l’amministrazione Obama ha abbandonato la solita copertina blu della legge finanziaria da 2.000 pagine scegliendo invede una foto in bianco e nero del ponte Tappan Zee a New York, segno della tesi del presidente contenuta nel messaggio introduttivo del volume: «infrastrutture del 21esimo secolo che creano migliaia di posti di lavoro per addetti alle costruzioni e ingegneri e che facilitano il trasporto di beni». In base al piano del presidente Usa, il deficit federale scenderà da quota 583 miliardi di dollari di quest’anno (il 3,2% del Pil) a 474 miliardi nel 2016 (al 2,5% del Pil). Nell’arco di dieci anni la riduzione è di 1.800 miliardi. Il dato in rapporto al Pil resterà stabile al 2025 mentre il debito pubblico passerà nello stesso arco temporale dal 75% al 73,3% del Pil. Quanto all’occupazione, la Casa Bianca preve la continuazione del trend in cui le aziende americane stanno creando occupazione «al passo più veloce dagli anni ’90»: il tasso di disoccupazione è visto scendere dall’attuale 5,6% al 5,1% nel 2016 e ak 4,9% nel 2017 e 2018. L’economia invece dovrebbe espandersi del 3,1% quest’anno e del 3% nel 2016. La legge finanziaria targata Obama aumenta le voci di spesa militari di 38 miliardi oltre il tetto prefissato per un budget totale da 534 miliardi nel 2016. Separatamente il presidente sta chiedendo 51 miliardi addizionali per finanziare le attività nei conflitti in Siria e Iraq e la continua presenza americana in Afghanistan. Il piano dimostra come il dipartimento della Difesa sia determinato nel continuare a investire in navi, sottomarini e aerei incluso il caccia F-35 prodotto da Lockheed Martin. La manovra di Obama prevede inoltre un aumento delle spese previdenziali (da 891 miliardi quest’anno a 1.600 nel 2025) e sanitarie per i cittadini sopra i 65 anni (da 529 a 1.000 miliardi). In pratica questi programmi consumaranno il 14,8 del Pil tra 10 anni contro l’attuale 13,2%. Per il momento non ci sono reazione da parte della Corporate America alla proposta di imporre una tassa una-tantum del 14% sui circa 2.000 miliardi di dollari di utili parcheggiati all’estero. Il ricavato è stimato in 239 miliardi di dollari. Le multinazionali inoltre rischiano una tassa minima del 19% sugli utili futuri generati al di fuori degli Usa.

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