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L’Occidente, l’Isis e la lezione del re di Giordania

Abdullah re di Giordania come Clint Eastwood, come il mitico ispettore Callaghan. All’Isis ci pensa lui. “L’operazione martire Muath”, nome in codice della rappresaglia lanciata dall’aviazione giordana dopo la barbara esecuzione del pilota in ostaggio è solo l’inizio, è il cambio di marcia e di strategia da parte del sovrano di Amman. La Giordania ora è una nazione in guerra. Trenta F-16 dell’aviazione reale, decollati dalla base re Hussein di Mafraq, hanno bersagliato Raqqa in Siria, capitale del Califfo Abu Bakr al-Baghdadi, meno di 24 ore dopo il raid notturno su sette posti di comando di Isis a Mosul, nel Nord dell’Iraq. Raqqa e Mosul sono i pilastri territoriali del Califfato: re Abdullah li ha investiti di fuoco. Il re ha fatto volare i jet al ritorno su Ayy-AlKarek – il villaggio del pilota Muath Kasasbeh arso vivo dai jihadisti – e poi ha chiamato il padre, Safi-Youssef, ripetendo la frase «la nazione intera è in te». L’Occidente si indigna, lancia moniti e proclami ma balbetta sulla sicurezza ed è incapace di incidere sulla crisi aperta dalla ferocia del califfato islamico. Le notizie che provengono dallo Stato Islamico descrivono un’escalation di orribili violenze,il rapporto Onu di «Save the Children», basato su testimonianze dirette, parla di bambini «crocefissi, decapitati, venduti come schiavi e sepolti vivi» sulla base di editti del «Principe dei Credenti» intenzionato a eliminare le minoranze «infedeli» – cristiani, curdi, yazidi ed altri – distruggendone i figli con ogni mezzo. Incluse la trasformazione dei bambini in bambini soldato e kamikaze. Washington, Parigi, Londra, Tokyo, il nostro Renzi condannano e minacciano, Abdullah ha dato una svolta, una violenza sterzata ad una situazione di stallo. Ora i leader dell’Occidente cattolico, cristiano, laico, illuminato e progressista hanno una linea tracciata. La seguiranno. La collera di un re mediorientale ha un sapore biblico, e la metamorfosi del sovrano coglie molti di sorpresa: salito al trono per una decisione del padre Hussein, incarnazione dell’Occidente, a suo agio a Washington, Davos e Londra, nonché convinto sostenitore di pace regionale ed economia globalizzata, da tre giorni è diventato il leader determinato di una nazione beduina in cerca di vendetta dopo l’onta subita. Ha descritto lui stesso il proprio stato d’animo ad un gruppo di deputati americani evocando il film «Unforgiven» di Clint Eastwood ovvero un Western incentrato sul personaggio del sindaco Bill Munny che difende una cittadina del Wyoming dai banditi applicando la più spietata versione dell’«occhio per occhio». «Se qualche figlio di puttana mi spara addosso – dice Munny-Eastwood nel film – non ammazzo soltanto lui, gli ammazzo anche la moglie, tutti gli amici e poi gli brucio la casa». Niente male. Un segnale per altri leaders arabi che non nascondono l’imbarazzo per gli eccessi dell’Isis ma non si decidono a prendere una posizione più decisa. La svolta bellica porterà Abdullah ad usare più i raid aerei ed anche a possibili operazioni di truppe speciali contro obiettivi selezionati. Ovvero per eliminare i leader del Califfato, ciò che l’intelligence dei grandi paesi occidentali non è riuscita a realizzare. Abdullah veste i panni hascemiti del legittimo discendente di Maometto e vuole chiudere la partita col Califfo impostore. Per salvare il proprio regno e rigenerare l’Islam. Ovviamente non possono dire altrettanto Obama, Cameron e compagnia. Ma nel solco comune della adesione alla filosofia di Clint Eastwood qualcosa di più potrebbero fare.

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