| categoria: Il Commento

La barbarie religiosa islamica

di Maurizio Del Maschio
Non c’è nulla di nuovo sotto il sole. Eliminare i nemici bruciandoli è un metodo documentato già nelle prime fonti islamiche e ben radicato nella Sharìa. Lo sconvolgente video di 20 minuti che mostra il pilota giordano Maaz al-Kassasbeh, cerca di giustificare la punizione come ritorsione nei
confronti della Giordania per il suo ruolo attivo nella guerra contro lo Stato Islamico, con foto di donne, bambini, uomini morti soprattutto tra le fiamme a causa dei bombardamenti. Nel resto del video il pilota descrive il coinvolgimento delle forze aeree di Giordania, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Qatar, Bahrein, Quwait, Marocco e Stati Uniti e si mettono in evidenza gli aerei americani che decollano da basi turche. Il filmato, montato con professionalità, è corredato da una colonna
sonora impressionante e gli effetti visivi attestano il talento e la capacità di impressionare sfoggiata dai tecnici che lo hanno realizzato. Lunghi minuti sono dedicati ad una visita silenziosa del pilota
giordano fra le rovine di un grande edificio che sembra sia stato il quartier generale dello Stato Islamico colpito dagli aerei della coalizione, tra cui forse anche da quello guidato dal pilota giordano.
Tutto il film è destinato a giustificare la scena che appare verso la fine: il rogo del pilota arso vivo.
L’evento è organizzato con molta cura. Innanzi tutto il pilota è imprigionato in una gabbia di ferro in modo che non abbia alcuna possibilità di sottrarsi al fuoco e gli indumenti arancioni da lui indossati,
come da tutti gli altri che in precedenza sono stati barbaramente uccisi che evocano la divisa dei reclusi della base americana di Guantanamo, sono stati imbevuti di una sostanza infiammabile.
Anche la sabbia sotto la gabbia è fradicia, forse, di benzina e un rivolo che la impregna raggiunge il punto in cui si trova un miliziano con un bastone attorno al quale è avvolto uno straccio, anch’esso
imbevuto di benzina. Un altro miliziano dà fuoco allo straccio: si vede il rivolo di benzina che si infiamma sulla sabbia. Le fiamme avanzano verso la gabbia e si propagano progressivamente al pilota che muore dopo un’atroce agonia. Infine arriva un bulldozer che distrugge la gabbia con tuttii resti inceneriti del corpo dello sventurato giovane.
Ciò che è narrato nel video non costituisce novità per chiunque abbia familiarità con le fonti islamiche, dove si legge che Ali ibn Abi Talib (599-661), il cugino di Maometto che ne aveva sposato la figlia Fatima diventando il quarto califfo, aveva bruciato due eretici. C’è una disputa tra i religiosi islamici se ciò sia consentito. Da un lato, chi lo nega, sostiene che solo a Dio è concesso il potere di condannare gli eretici alle fiamme che ricordano la condanna all’inferno. L’ISIS – convinto
di avere in se stesso la forza che ristabilirà la condizione statuale originale – si richiama ad Ali nel condannare al rogo i nemici. Per i responsabili della propaganda dello Stato Islamico questo punto è
fondamentale. Il messaggio trasmesso dal filmato è chiaro: il nemico sarà condannato all’inferno e per meglio raffigurare la pena che lo colpirà, ecco il video che afferma la liceità dell’atto e la propria
legittimità ad eseguirlo.
Alcuni mesi fa il web era pieno di combattenti dello Stato Islamico che si intrattenevano con ragazze yazide. Anche quello era stato un chiaro messaggio per chi era in grado di interpretarlo: invece di aspettare di raggiungere in cielo le 72 vergini, chi si unisce all’ISIS può godersi il Paradiso in terra.
Un altro motivo per bruciare vivo il pilota, è il principio giuridico islamico di reciprocità: la pena deve essere adeguata al crimine. Nel caso del pilota giordano, il video si preoccupa di mostrare le vittime delle azioni nemiche, compresi i bambini, morti bruciati vivi in seguito agli attacchi della coalizione. Questa presentazione delle vittime bruciate mira a giustificare il metodo scelto per uccidere il pilota, basato, appunto, sul principio di reciprocità.
Un altro importante dettaglio che colpisce nel filmato è una lunga lista di piloti giordani, alcuni accompagnati da fotografia e indirizzo. L’obiettivo è duplice: da un lato incoraggiare i Giordani che s’identificano con l’ISIS a vendicarsi e dall’altro scoraggiare i piloti giordani dal prendere parte alle battaglie aeree contro lo Stato Islamico. Sicuramente questa strategia di guerra psicologica ha richiesto tempo e capacità nella produzione di questi video che utilizzano la grafica giusta e altre
tecniche sofisticate per inviare il messaggio a livello planetario. Alcuni commentatori hanno fatto a gara a chi rivolgeva le critiche più forti allo Stato Islamico – le reazioni verbali ascoltate negli ultimi giorni sono giustamente pesanti – ma questo è esattamente ciò che i combattenti dell’ISIS volevano ottenere: seminare il terrore nei cuori dei loro nemici islamici per diffonderlo poi in altri Paesi, soprattutto in Occidente.
Il modo giusto di reagire è rimanere pragmatici e procedere a un’analisi obiettiva ed equilibrata delle attività dello Stato Islamico attraverso le parole dei suoi portavoce, cercando di approfondire le fonti culturali e religiose dei suoi leaders, per individuare i loro punti deboli e usarli per
sconfiggerli. A titolo esemplificativo va rilevato che i combattenti dell’ISIS credono che l’essere uccisi da una donna annullerebbe il loro essere shahid, martiri e non salirebbero più in Paradiso.
L’esercito dei peshmerga curdi nel Nord dell’Iraq consapevole di questa convinzione, ha arruolato donne combattenti che gridavano e urlavano mentre si avvicinavano alle postazioni dello Stato Islamico. Sentendo gli urli delle donne curde, i combattenti dell’ISIS fuggivano per non essere
uccisi dalle donne. Questa è un’arma efficace che le forze che si oppongono allo Stato Islamico potrebbero utilizzare nel progettare una tattica vincente per combatterli.
Non appena è stata diffusa la notizia del barbaro assassinio del proprio pilota, la Giordania si è vendicata con l’impiccagione di un uomo e di una donna, già membri di Al Qaeda, le cui condanne a morte per anni erano state rinviate. Il re Abd Allah II ha fatto un breve discorso ai suoi cittadini, in cui ha promesso di vendicare il sangue del pilota. Non ha divulgato i dettagli della guerra che sta progettando contro i suoi assassini, ma l’impressione è che la Giordania aumenterà il livello della
sua offensiva contro l’ISIS. Da un lato, potrebbe esserci una maggiore partecipazione alle attività della coalizione, ma è anche possibile che presto le forze giordane si impegneranno in operazioni di terra. Il re deve combattere senza tregua lo Stato Islamico o si troverà contro le tribù beduine, per le quali vendicare il sangue del loro fratello pilota è una missione sacra. Il messaggio di solidarietà mostrato ai beduini e l’empatia con il loro dolore erano tangibili nella kefiyah rossa, tipica dei
beduini, che il re portava durante il suo discorso e la presenza della consorte Ranya è un messaggio inequivocabile di sfida. D’altra parte, ai numerosi giordani che s’identificano con l’ISIS, il re deve anche dare un chiaro segnale: li raggiungerà e saranno trattati senza pietà. La polizia giordana arresterà probabilmente un rilevante numero di cittadini sospetti di simpatie per lo Stato Islamico, soprattutto quelli che vivono nella città meridionale di Maan e tra i rifugiati siriani nel campo di
Alzatri nel Nord del Paese.
Israele deve seguire da vicino la guerra tra la Giordania e l’ISIS, perché il suo esito determinerà chi avrà di fronte dall’altra parte del fiume Giordano: un Paese sovrano con il quale esiste un accordo di pace o un’organizzazione terroristica per eccellenza, totalmente priva di principi etici e di valori morali. Israele e Giordania sono oggi nella stessa trincea, in guerra contro un’organizzazione che vuole portare le fiamme dell’inferno in Medio Oriente, per distruggere tutto ciò che non è in linea
con la sua criminale visione del mondo.

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