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Riforme, opposizioni sull’Aventino: “Renzi vedrà i sorci verdi”

“Deriva autoritaria”, “vedrete i sorci verdi” e “votatevi da soli questo obbrobrio di riforme”. Le forze dell’opposizione – Fi, M5s, Lega, Sel, FdI ed ex 5 Stelle – annunciano l’abbandono dell’aula mentre la maggioranza è determinata ad andare avanti ad oltranza sul nuovo Senato. Il Pd però si spacca, come anche Forza Italia. Di fatto, imploso il patto del Nazareno, le tensioni sulle riforme non fanno altro che portare a galla le divisioni interne alle due forze politiche. Nella minoranza dem c’è chi appoggia l’Aventino e fa sapere che non parteciperà alle votazioni. E’ il caso di Pippo Civati e Stefano Fassina che si chiamano fuori, mentre Gianni Cuperlo propone una “pausa tecnica”. Sul ddl Boschi è ancora scontro a Montecitorio. Poco prima delle 20 è cominciata la seconda parte dell’assemblea del gruppo Pd convocata da Matteo Renzi, che ha intenzione di far votare la sua relazione che impegna i dem ad andare avanti sulle riforme. Subito dopo il premier incontrerà anche Scelta Civica, per l’Italia-Cd e Gruppo Misto. Mentre Ncd non parteciperà, come chiarisce la capogruppo alla Camera Nunzia De Girolamo.
Frasi durissime arrivano da Renato Brunetta, capogruppo a Montecitorio di una Forza Italia che al Senato questa riforma l’ha già approvata: “Denunciamo – dice invece oggi – la deriva autoritaria che, nel metodo e nel merito, la riforma costituzionale e la legge elettorale hanno assunto in questa fase della vita politica del Paese. Un colpo mortale alla democrazia parlamentare”. E poi: “Abbiamo deciso di non partecipare ai lavori dell’aula. Altro che Aventino, vedranno i sorci verdi”.
Ma nel partito non tutti sono d’accordo, e le insoddisfazioni emergono all’istante: in via di costituzione un fronte di deputati a favore del rientro in aula. Pare, peraltro, che anche alla riunione dei deputati Fi ci sia stata una discussione particolarmente accesa. Tra i deputati ‘pro confronto’, Saverio Romano, Maria Stella Gelmini, Elena Centemero e Stefania Prestigiacomo. Alla fine Centemero e Rocco Palese sono rimasti in aula “per controllare la validità del voto”, come ha spiegato Brunetta.
“Piuttosto che non farle, le votiamo da soli”, replica in un primo momento il capogruppo democratico alla Camera, Roberto Speranza, a pochi minuti dalla prima parte dell’assemblea del partito svoltasi nel pomeriggio e alla quale interviene anche Matteo Renzi, salvo poi ritentare una mediazione dinanzi a un muro contro muro che avrà come effetto d’impatto un emiciclo parzialmente vuoto. E proprio ai suoi (riuniti dopo le insistenze della minoranza dem intrisa di malumori) il premier ribadisce il concetto: “Se passa la logica per cui l’ostruzionismo blocca il diritto e il dovere della maggioranza di fare le riforme è la fine. Minacciano di non votare? Problema loro”. Qui “c’è un derby tra chi vuole cambiare l’Italia e chi vuole rallentare il cambiamento. Nelle opposizioni sta avvenendo un gigantesco regolamento di conti”. A questo punto Renzi avrebbe confermato anche le scadenze temporali: sabato la chiusura della fase dedicata agli emendamenti. Voto finale a marzo. Poi è il sottosegretario Ivan Scalfarotto a ribadire con un tweet le affermazioni del leader Pd: “Non ho subìto ricatto Cav – scrive -, non mi farò ricattare da Grillo”.
Parole che stoppano sul nascere le richieste di una fetta del partito. Soltanto poco prima, infatti, era stato il dissidente dem Alfredo D’Attore ad anticipare la linea della minoranza: le riforme non si possono fare a colpi di maggioranza – aveva detto -, sì al dialogo col M5s. Ecco perché, durante l’assemblea con Renzi, a ribadire il concetto espresso da D’Attorre è Cuperlo che propone di aprire alla richiesta del Movimento 5 Stelle di votare a marzo l’articolo 15 del ddl Boschi, quello sul referendum. “Non possiamo votare le riforme – ha spiegato Cuperlo – con l’aula mezza vuota”.

A riunione conclusa gli fa eco Fassina: “E’ inaccettabile votare” le riforme “da soli, abbiamo fatto il capolavoro politico di ricompattare tutte le opposizioni”. Ed è a questo punto che Speranza ci riprova con un appello al M5s collocandosi con le sue dichiarazioni a metà strada tra la posizione del premier e quella della minoranza dem: “Non siamo soddisfatti – sottolinea il capogruppo -, un’aula con i banchi vuoti non è l’aula che vogliamo. Abbiamo i numeri per andare avanti anche da soli, ma penso che sia un errore”. Tra i banchi delle opposizioni è rimasto un deputato per gruppo per non far decadere gli emendamenti delle minoranze.

Le quali, nel frattempo, decidono di rivolgersi pure al capo dello Stato. L’iniziativa la prende il forzista Brunetta che contatta il segretario generale del Quirinale, Donato Marra, per sondare la disponibilità di Sergio Mattarella a ricevere una delegazione di deputati ‘scontenti’. E’ sempre Brunetta a far sapere che il presidente della Repubblica ascolterà le opposizioni, gruppo per gruppo, da martedì. A questo punto Beppe Grillo commenta sul suo blog: “Il silenzio di Mattarella di fronte allo scempio della Costituzione fatto da Renzie, mai eletto neppure in Parlamento che ieri notte si aggirava come un bullo in parlamento a provocare le opposizioni. Questo silenzio è inquietante, forse peggio dei moniti di Napolitano”.

Polemiche, mosse e richieste che arrivano dopo il caos che ha tenuto banco a Montecitorio nelle ore notturne: prima l’accordo sfiorato tra M5s e Pd, poi la bagarre in aula e infine la ‘rissa a sinistra’, con scazzottata tra deputati di Sel e di Pd.
Dopo la mezzanotte il premier è piombato a Montecitorio proprio per dare un segnale contro l’ostruzionismo. Ha scherzato e discusso con esponenti di varie forze politiche, tra cui Arturo Scotto (Sel) e Giancarlo Giorgetti (Lega). Poi il segretario del Pd si è avvicinato ai banchi di Forza Italia per spiegare i motivi per cui occorre andare avanti. Sono otto mesi – avrebbe detto, secondo quanto è stato riferito da più fonti – che le riforme sono bloccate alla Camera. Se questa Camera non riesce a votare le riforme prendo atto che la legislatura è finita e si va a votare con il Consultellum, a me va benissimo.

Stesso ragionamento fatto anche ad altri esponenti del Nuovo centrodestra. Alcuni deputati fittiani, tra cui Pina Castiello, riferiscono la tesi illustrata dal premier: il Pd – è stato il ragionamento del premier – ha fatto un accordo con Forza Italia sulle riforme, non sul Quirinale, facendo saltare l’intesa state portando Silvio Berlusconi nel baratro. Se andiamo al voto faccio chiarezza, dico al Paese quello che sta succedendo e noi stravinciamo.

Fonti parlamentari del Pd sottolineano come si sia trattato di ragionamenti non minacciosi. In ogni caso il muro contro muro sul pacchetto costituzionale dura da più giorni. Ma è questa notte che si sono registrati forti momenti di tensione. Dopo un ‘parapiglia’ che ha coinvolto deputati del Pd e di Sel (Gianni Melilla di Sel ferito ad una mano è andato anche nell’infermeria di Montecitorio; un’altra deputata di Sel, Donatella Duranti, dolorante ad una spalla, ha ricevuto un calcio durante la rissa) è stata sospesa più volte la seduta. Alla fine il bilancio è di 13 espulsi: si tratta di Carla Ruocco, Alfonso Bonafede, Alessandro Di Battista, Davide Tripiedi, Diego De Lorenzis, Emanuele Scagliusi, Giuseppe Brescia, Stefano Vignaroli, Arianna Spessotto, Gianluca Vacca, Mirella Liuzzi. “Siamo noi i custodi della Costituzione”, attacca Beppe Grillo.

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