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Bruxelles, Parigi, Copenaghen. E poi?

di Maurizio Del Maschio
Ormai gli attentati cominciano a susseguirsi ad un ritmo allarmante. I servizi segreti danesi conoscevano l’attentatore, ma nessuno si è peritato di prevenirlo e i governanti europei persistono nella politica dello struzzo minimizzando un pericolo che, invece, è incombente. Ormai non è più possibile esprimere il proprio punto di vista, la propria opinione sulla diversità del concetto di libertà esistente fra il nostro mondo, la nostra civiltà e il mondo islamico, in particolare quello arabo che ci è geograficamente più vicino. Ora Benjamin Netanyahu sollecita gli ebrei danesi a lasciare la Danimarca e il loro governo li invita a restare, come è successo con gli ebrei di Francia. Da un lato gli occidentali accusano Netanyahu di sfruttare le tensioni con le comunità islamiche per perseguire il progetto sionista e dall’altro si accusano i governi europei di disinteressarsi della sicurezza delle
comunità ebraiche presenti nel nostro continente. In realtà, i giovani ebrei che lasciano l’Europa per risiedere in Israele non sempre sono spinti da convinzioni sioniste o da paura. Ci sono giovani polacchi che hanno scoperto di essere ebrei e hanno lasciato la Polonia per Israele, la terra dei padri. Forse inizialmente l’hanno fatto anche per cercare un posto migliore, ma sicuramente l’hanno fatto soprattutto per riscoprire la propria identità.
Il problema rimane sempre il medesimo: la difficoltà di continuare a vivere serenamente in diaspora da ebrei, senza rischiare l’assimilazione o la persecuzione. Oggi non esistono più roghi, pogrom, omicidi motivati dall’assurda accusa dell’uccisione dei bimbi cristiani per usare il loro sangue a scopo alimentare, ecc., ma l’ignoranza, l’antigiudaismo e il loro figlio ideologico, l’antisemitismo, sono ben vivi e attivi.
Alcuni opinionisti sostengono che ci sia una sindrome ebraica da “ghetto”. Altri che sia la propaganda della destra israeliana a spingere a fare aliyah, il ritorno. Queste spiegazioni non sono altro che una rinnovata versione del complotto ebraico sotto mentite spoglie. Oggi il falso e rozzo pregiudizio che gli ebrei vogliono dominare il mondo alligna solo nei Paesi islamici, arabi in particolare, dove ancora si vendono bene i falsi “Protocolli dei Savi Anziani di Sion” e il “Mein Kampf” di hitleriana memoria. Invece in Occidente oggi si fa strada la convinzione che gli ebrei, fruttando le loro paure, vorrebbero realizzare un progetto di colonizzazione del Medio Oriente e sfruttano gli eventi per aumentare la popolazione ebraica in Israele. Da quando sono iniziati gli attacchi terroristici di Abu Nidal contro sinagoghe, centri ebraici e cimiteri, l’Europa ha fatto ben poco per proteggere le comunità ebraiche. Non si tratta di rafforzare la pubblica sorveglianza che comunque non è sufficiente, visto che tutte le comunità ebraiche si vedono costrette ad affidarsi a gruppi di difesa interni. Non si tratta di moltiplicare telecamere o alzare cancelli e installare porte blindate o predisporre e rafforzare scorte armate. È una questione di principio: tutti i cittadini vanno difesi, senza distinzione alcuna, specialmente quelli più a rischio.
Dopo decenni di attacchi antisemiti da parte dei volenterosi combattenti per la libertà palestinese, l’unico antisemitismo che l’Europa non tollera è l’antisemitismo neo-nazista e neo-fascista quando diventa troppo sfacciatamente protervo. È il silenzio che aleggia in Europa la vera causa del rigurgito dell’antisemitismo e del senso di paura che dilaga. Che si tratti di attentati perpetrati da cittadini arabi cresciuti in Europa e non da terroristi venuti dal Medio Oriente non è motivo di sollievo, non è un’attenuante, anzi, è un’aggravante. Ciò significa che le pretese politiche di integrazione hanno miseramente fallito. Per anni l’Occidente ha blandito gli arabi, timoroso di perdere l’uso delle fonti di energia da essi detenute, indispensabili alla propria economia ed ora scopre di essere stato complice dei loro crimini e tale complicità gli si sta rivoltando contro. Si è sempre minimizzato l’allarme circa l’escalation degli attentati islamici in Europa e ora, dopo decenni di simpatia verso i “poveri palestinesi” sempre protetti, giustificati, aiutati, ricoperti di denaro con il quale hanno comprato armi e stampato libri scolastici inneggianti all’odio, come risponde l’Europa?
Si continua ancora a parlare di dialogo, di negoziati con un nemico implacabile che di dialogo con i kafirina, i miscredenti, non vuole neppure sentir parlare. Prima si sono creati e sostenuti regimi dittatoriali e poi si sono ipocritamente rovesciati e destabilizzati in nome della propagazione della democrazia, un regime che si addice agli arabi come il vino agli astemi. Se queste sono le cosiddette “primavere arabe”, era meglio l’inverno precedente, per loro e per noi. Si ignorano gli appelli di uno Stato arabo come l’Egitto che si trova in prima linea nel fronteggiare un nemico comune. E non va dimenticato che vi sono stati coloro che hanno ammonito l’Occidente segnalando il pericolo che stiamo correndo: da Oriana Fallaci a Muammar Muhammad al-Qadhdhafi, a Vladimir Vladimirovic Putin, a Magdi Cristiano Allam, a Khaled Fouad Allam.
L’assurda politica europea si sta ritorcendo contro se stessa, complice, amica e alleata del terrorismo islamico, grazie agli incoraggiati movimenti sedicenti pacifisti. Gli Stati europei si mostrano ciechi e sordi, incapaci di accorgersi che il flaccido buonismo che pervade l’Occidente rende sempre più forte e aggressivo l’Islàm integralista in tutte le sue variegate espressioni votate al terrore, alla barbarie e all’assassinio. Eppure, c’è ancora chi crede che esista un Islàm moderato in contrapposizione ad un Islàm estremista. Solo chi non conosce l’Islàm può incorrere in tale ingannevole errore. L’Islàm è uno, anche se presenta molteplici sfaccettature.
Ora che il nemico è alle porte si sente la necessità di difendersi e si invoca il diritto a farlo, quella necessità e quel diritto che per decenni non si sono polemicamente riconosciuto ad Israele, avamposto di civiltà e di democrazia in Medio Oriente, l’unico Paese di quell’area in cui i cristiani aumentano. Non si vuole chiamare questo confronto “scontro di civiltà”? Lo si chiami come si vuole, ma dopo Poitier, Lepanto e Vienna l’Islàm è ancora lì, pronto a colpirci.

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