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Marito di Elena Ceste resta in cella, ma il delitto non è stato premeditato

Resta in carcere Michele Buoninconti, ma l’omicidio della moglie, Elena Ceste, non è stato premeditato. Lo affermano, a differenza di quanto sostenuto da pm e gip, i giudici del Tribunale del Riesame di Torino, che oggi hanno comunque respinto la richiesta di scarcerazione dei legali dell’uomo. Un punto a favore della difesa, secondo cui la posizione del loro assistito «si alleggerisce», anche se l’impianto accusatorio nei suoi confronti tiene. Nei confronti dell’uomo permangono infatti i gravi indizi di colpevolezza che lo scorso 29 gennaio – a quasi un anno di distanza dalla scomparsa della donna ritrovata cadavere nove mesi dopo in un canale non lontano dalla loro villetta di Costigliole d’Asti – lo hanno portato in carcere per l’omicidio volontario della madre dei suoi quattro figli e per l’occultamento del cadavere. Un assassino, dunque, ma non uno spietato killer in grado di pianificare il delitto anche nel più piccolo dei dettagli. Per i giudici del Riesame che hanno escluso l’aggravante della premeditazione, Buoninconti agì d’impulso, provocato dall’odio verso una moglie «inadeguata» e «infedele» che bisognava «raddrizzare». E non «con un piano studiato e preparato», come ipotizzato dagli inquirenti nel ricostruire la mattina del 24 gennaio 2014. Quando Buoninconti accompagnò i figli a scuola, rientrò a casa e sorprese la moglie in camera mentre curava «l’igiene personale». Ne provocò la morte, «presumibilmente per asfissia», sul lettone. Quindi, senza vestirla, la caricò in auto e, approfittando della nebbia, la abbandonò nel rio Mersa, un canale a meno di un chilometro da casa. «Elena non l’ho uccisa io, cercate il vero colpevole», ha sostenuto più volte dopo l’arresto il marito, che si dichiara innocente. A smentirlo restano però agli atti le intercettazioni ambientali (nell’auto di famiglia), la minuziosa analisi dei tabulati e delle celle telefoniche e le testimonianze raccolte dai carabinieri, che hanno smontato il suo «castello di menzogne e depistaggi». Contro di lui, sempre secondo l’accusa, anche lo studio psicologico «a distanza» da uno specialista, da cui è emerso il ritratto di un uomo con «disturbo di personalità di tipo ossessivo» e dallo «smisurato egocentrismo».

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