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TEATRO/ Brachetti torna in scena, in volo verso la maturità

Alla ricerca della valigia rossa perduta e del quarto livello da raggiungere come in un videogame. Alle spalle, gli altri 3 già centrati: infanzia, adolescenza ed età adulta. Manca la maturità. E per un’ora e mezza Arturo Brachetti cercherà di conquistarla, alternando una trentina di personaggi da vestire a tempo record di 2-3 secondi l’uno. Tanti quelli in scena per ‘Brachetti che sorpresa!’, lo spettacolo che, partendo da Genova il 24 febbraio, arriverà a ‘casa’, a Torino, il 3 maggio. Ma a quasi 58 anni il mago del trasformismo si guarda dentro e ammette: «Io non mi sento maturo, forse questo spettacolo mi aiuterà a diventarlo». Missione possibile invece sul palco, nonostante gli ‘ostacoli’ rappresentati ad esempio da cumuli di bauli e valigie, che riempiono gran parte della scenografia e su cui vengono proiettate immagini secondo la tecnica del videomapping (mai sperimentata prima in un varietà italiano). «Questo show è una metafora della vita – racconta – che è fatta di step e livelli come in un grande videogioco, io qui sono arrivato al terzo, il prossimo è quello della maturità». Nella sua gimcana per salire di livello Brachetti non è solo: con lui quattro compagni di avventura (gli artisti Kevin Michael Moore, Luca Bono, Francesco Scimemi e la coppia Luca &Tino) che si contenderanno la valigia rossa. E nel frattempo decine di cambi d’abito – dal cappello alle scarpe – come quelli, frenetici, ambientati in un immaginario saloon del Far West e trasformati in pretesti per raccontare mille storie e mille mondi. Moderno cantastorie più scenico e più rapido, l’erede di Fregoli si considera un artista proprio come c’è scritto sulla sua carta d’identità. «Sì, mi sento uomo di palcoscenico in tutti i sensi, quasi un artigiano», e argomenta: «In fondo disegno i costumi, faccio esperimenti di pittura, scrivo i testi, penso alle musiche, faccio bozzetti per la scenografia. Scelgo tutto, proprio tutto e sono molto esigente. Ormai è un po’ una droga». È così che si è conquistato una fama che è diventata un marchio: il trasformismo in Italia e nel mondo ha per tutti il suo nome e cognome, e quel ciuffo tenuto dritto sulla testa come una torre Eiffel. Proprio in terra francese cominciò la sua gavetta a 20 anni, una specie di cervello in fuga ante litteram. «Purtroppo era così allora ed è ancora così – osserva -. All’estero conosco molti giovani italiani di talento che scappano perché qui sfondano gli imbecilli, i parenti, gli amici degli amici. Purtroppo l’Italia è un paese lento e vecchio. Anche i semafori sono lenti, si sta in coda per attraversare la strada, per avere un documento, perfino Internet è il più lento d’Europa». Per sfuggire all’amarezza, a volte un piccolo volo può servire: «Non ho un personaggio preferito, ma quando volo in scena fino a quattro metri d’altezza, mi diverto e sento un gran piacere fisico». In volo verso il quinto livello? «No, quello spero che arrivi tra 20 anni, ora è presto».

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