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Sprint riforme alla Camera divide Fi, la minoranza Pd verso il sì

A meno di clamorosi colpi di scena domani a mezzogiorno la Camera approverà in seconda lettura le riforme costituzionali, che contengono la revisione del Titolo V e la trasformazione dell’attuale Senato in una Camera delle Regioni. Ma il voto avviene all’insegna della divisione dei principali gruppi parlamentari. Nel Pd la sinistra interna voterà a favore, ma – in un clima di tensione – rimarcherà le proprie critiche al testo, mentre dentro Fi l’ala vicina a Denis Verdini vorrebbe evitare il «no» che invece accomuna Berlusconi e Fitto. Intanto Matteo Renzi ha fatto il punto con i gruppi del suo partito al Nazareno rilanciando suklle riforme di Fisco e pubblica amministrazione. Intanto alla Camera sono stati votati gli ordini del giorno alle riforme e, dopo l’Aventino del 13 febbraio, Sel, Lega e Forza Italia sono rientrati in Aula, spiegando che il gesto è dovuto al rispetto verso il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e alla sua iniziativa per giungere a riforme condivise. E la seduta si è svolta in un clima di rispetto reciproco. Fi ufficialmente ribadisce il no ma al suo interno si spacca, con i verdiniani che propongono l’astensione, mentre qualcuno potrebbe votare sì. Lega e Sel ribadiscono che domani voteranno «no». L’unico gruppo a proseguire l’Aventino, cosa che si ripeterà anche domani in occasione del voto finale sul testo, è M5s. Ma paradossalmente questa decisione aiuta politicamente il premier Matteo Renzi. Se infatti i deputati Pentastellati fossero presenti domani, e unissero i loro voti contrari a quelli di parte di Fi, di Sel e Lega, renderebbero determinanti i voti dei bersaniani. Non che questi ultimi abbiano intenzioni di votare contro e provocare la bocciature delle riforme, ma in ogni caso potrebbero rivendicare il loro essere determinanti. In una lunga riunione tenuta nel tardo pomeriggio la sinistra del Pd,evidenziando la forte tensione nel partito su questo tema, ha comunque deciso di dare il proprio voto favorevole al testo. Alfredo D’Attorre aveva proposto di «dare un segnale» al governo non partecipando al voto, ma è prevalsa la linea del capogruppo Roberto Speranza. «Se fossimo stati contrari all’impianto – spiega Giuseppe Lauricella – avremmo dovuto votare sempre no. E invece abbiamo anche ottenuto l’approvazione di nostri emendamenti». Qualcuno, come Pippo Civati, Stefano Fassina o Davide Zoggia, potrebbe non partecipare al voto. In casa Fi la situazione non è dissimile. La riunione del gruppo, convocata da Renato Brunetta, ha ribadito che domani dagli azzurri arriverà un «no», ma i «verdiniani» hanno chiesto l’astensione: e domani potrebbero arrivare dei voti in dissenso, come ha detto Daniela Santanchè, per lo meno con una astensione. Senza contare l’imbarazzo, sottolineato da Manuela Repetti, di votare con la minoranza del Pd, cosa che «snaturerebbe» Fi. E dal Pd, con Ettore Rosato e Marina Sereni, viene giudicato «incomprensibile» il dietro front di Forza Italia ad un testo che ha votato sia in Senato sia in commissione alla Camera. Infine c’è la grana di Scelta Civica. In maniera plateale i banchi degli ex montiani sono rimasti vuoti dall’inizio della seduta per un ora e mezzo, nonostante si votassero gli ordini del girono. Poi per mezz’ora sono entrati il segretario Enrico Zanetti e il capogruppo Andrea Mazziotti, che ha poi assicurato la «presenza massiccia» domani. Un segnale a Renzi, che dalla elezione di Zanetti ha sempre snobbato il partito e il suo nuovo segretario.

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