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Lupi: “Lascio il governo a testa alta, guardandovi negli occhi”

“Lascio il governo a testa alta, guardandovi negli occhi. So che il tempo sarà galantuomo, spero che lo sarà anche con chi ha speculato sul nulla”. E poi: “Non devo difendermi dalle accuse e non è possibile cancellare in tre giorni il lavoro che abbiamo fatto in 22 mesi”. E’ con queste parole che, in un’aula di Montecitorio quasi deserta, Maurizio Lupi rassegna le proprie le dimissioni “a 72 ore dai fatti e non a 72 giorni” dopo averle già annunciate ieri sera a Porta a Porta. Una scelta, quella di andare da Bruno Vespa per anticipare il passo indietro che non è piaciuta affatto a molti parlamentari, leghisti in primis che per protesta non si sono neanche presentati. Ma stamani “sono qui – dice ancora l’esponente del Ncd – per rivendicare il ruolo decisivo della politica, non sono qui per difendermi da accuse che non mi sono state rivolte”.
Lupi apre la sua informativa alla Camera ricordando la centralità del parlamento “di cui sono membro da 14 anni. So che questo è il luogo in cui devo compiere il gesto che mi accingo a fare. Il parlamento è il luogo che rappresenta la sovranità del popolo”. Sottolinea che “la legge obiettivo non è criminogena” ma soprattutto insiste su un punto: “Non chiedo garantismo per il fatto che non mi hanno rivolto alcuna accusa. Dopo due anni di indagini i pm non hanno ravvisato nulla nella mia condotta da perseguire”.
Nel merito dell’inchiesta Grandi Opere, risponde alle due principali accuse che gli sono state rivolte: la mancata rimozione di Ercole Incalza e la ‘raccomandazione’ del figlio per un posto di lavoro: “Non ho mai fatto pressioni per procurare un lavoro a mio figlio. Ho proposto a lui la possibilità di incontrare una persona di grande esperienza che potesse consigliarlo”. La telefonata a Stefano Perotti non è nella “mia responsabilità”, ha poi osservato, ricordando di conoscerlo da tempo. “Che bisogno avrei avuto di chiedere a Incalza di intercedere per lui, avrei potuto farlo molto più facilmente io. E non l’ho mai fatto. La sua decisione di chiamare Perotti non può essermi addebitata”. Quanto all’abito sartoriale ricevuto in dono si difende così: “Credo sia evidente e inverosimile che un amico di famiglia da 40 anni abbia potuto accreditarsi a me con un vestito”.
“In una intercettazione strumentalizzata chiedo ad Incalza di vedere mio figlio. Ho fatto quello che avrebbe fatto qualsiasi padre, presentare cioè al proprio figlio una persona di esperienza… I Perotti conoscono mio figlio sin da piccolo”. Lupi ha quindi ricordato i vari passaggi della carriera del figlio tirato in ballo nelle indagini: il curriculum, la sua laurea con 110 e lode, il posto di lavoro ottenuto in America, “perché mio figlio è bravo”, ha assicurato.

Quanto al premier Matteo Renzi e al gelo tra i due subito dopo l’esplosione della vicenda, Lupi sottolinea: “Lasciatemi ringraziare il presidente del Consiglio che, al di là dei retroscena, in questi giorni, in un confronto franco, leale, serio, non mi mai chiesto di dimettermi, ma ha affidato, come è giusto che fosse, alla mia scelta personale, questa decisione”. “Scopo della politica è servire il bene comune – continua a dire l’ex ministro – e se questo passo indietro può essere un modo per prendere una nuova rincorsa, per ridare valore alle istituzioni, che ho sempre servito, per rafforzare l’azione del nostro governo, per rilanciare il progetto del nostro partito, allora le dimissioni hanno un senso”.

“La mia prima reazione – rivela Lupi – è stata non ho fatto nulla, perché dovrei dimettermi? perchè dovrei dimettermi, perchè devo lasciare in un momento in cui il tuo lavoro sta iniziando a dare frutti, il tuo governo sta iniziando a cambiare il paese come lo voleva cambiare?”. Ma “con il passare delle ore – aggiunge – la scelta che dovevo fare non poteva che essere paragonare la ragione per cui ho deciso di fare politica con la scelta che dovevo fare”. Perché “gli affetti vengono prima, anche di una poltrona, anche se prestigiosa”. Rivolgendosi, quindi, “ai giovani deputati” che lo hanno “insultato in questi giorni”, dice loro: “Vi auguro dal profondo del cuore di non trovarvi mai dentro a bolle mediatiche, difficili da scoppiare”.

“Dimettendomi da ministro – prosegue – non mi sono dimesso né da padre né da marito. Per me gli affetti vengono prima di tutto e di certo prima di una poltrona”. Tuttavia, non arrivano a cento i deputati seduti sui banchi. Le assenze più evidenti sono tra i banchi di Forza Italia, Lega e Pd. Tra i banchi del governo Lupi siede accanto ai colleghi di area popolare (Ncd-Udc) Angelino Alfano, Gianluca Galletti e Beatrice Lorenzin. Sono presenti anche i ministri Marianna Madia, Paolo Gentiloni, Andrea Orlando e i sottosegretari Graziano Delrio e Luca Lotti. Nell’emiciclo visibilmente vuoto sono presenti tutti i capigruppo tranne quello del Carroccio. Proprio dalla Lega, è il segretario Matteo Salvini a bollare quello di Alfano nei confronti di Lupi come uno “squallore politico e umano”.

In casa M5s, invece, è Alessandro Di Battista a lanciare l’invito-provocazione a Lupi: “Restituisca i compensi dell’ultima legislatura, si arricchirà di dignità. E’ stato ministro, conosce il sistema, raccontarlo sarebbe l’atto più coraggioso – ha aggiunto -. Incalza non parlerà, è abituato a stare zitto. La disperazione che prova lei adesso la provano in molti per quel sistema di corruzione che lei ha difeso e protetto nel suo ministero. La corruzione ha rotto in tanti pezzi questo Paese”. Terminata l’informativa, Lupi lascia l’aula e ironizza nel varcare la soglia della sala del governo a Montecitorio: “Dai, andiamo, che è l’ultima volta che posso entrare…”.

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