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TANGENTI/ Perotti a Gip, Lupi un amico, normale assumere Luca

«Conosce il ministro Maurizio Lupi?». La domanda del gip Angelo Pezzuti arriva nel mezzo dell’interrogatorio all’aula bunker di Firenze. E l’imprenditore Stefano Perotti – quello che un giorno, avendo ottenuto una doppietta di ‘superconsulenze’, si esaltava al telefono dicendo «Sto infrangendo ogni regola umana e divina» – risponde: «Sì!». Chiaro e sincero, ha dato la risposta vera e inevitabile. L’amicizia tra l’ormai ex ministro e il potente imprenditore, immerso nelle maggiori opere pubbliche del Paese, infatti, è di vecchia data. «Siamo amici da tantissimo tempo», ha confermato Perotti al gip, andando a spiegare il senso di una delle intercettazioni allegate all’ordinanza che lo ha portato in carcere. Si parla dei rapporti con Lupi e, di riflesso, anche sulla faccenda dell’assunzione del giovane figlio ingegnere del ministro, Luca Lupi, in una delle sue aziende. Un passaggio che in tre ore e mezzo di interrogatorio di garanzia arriva per forza, anche senza investire in pieno la valenza politica dell’inchiesta mentre si consumava l’atto di dimissioni di Lupi dal Governo. Un momento che ha trovato sponda, quasi in contemporanea, con quanto dichiarava proprio Lupi stamani alla Camera: «I Perotti conoscono mio figlio sin da piccolo», e «mio figlio è uno bravo». Dunque, a Perotti poteva andar bene assumere un giovane promettente, meglio se figlio di amici di famiglia. «Con Maurizio ci conosciamo dal 2000, all’epoca era parlamentare. Poi si sono conosciute le famiglie, anche i nostri figli sono diventati amici», ha spiegato Perotti, circostanziando il rapporto con Lupi e ritenendo normale che in tali circostanze «potessi assumere il figlio Luca», quindi senza la necessità di interventi di altri. Riguardo alla propria attività, l’imprenditore ha detto che l’azienda era già stata avviata dal padre e che vi era impegnato fin dal 1990, tempi molto lontani. In generale, il gip Pezzuti ha anche chiesto «chiarimenti» su appalti, consulenze tecniche nei cantieri, progetti di costruzione di opere immense e costosissime per l’erario e utili allo sviluppo dell’Italia, ovviamente spigolando sui rapporti, che sono decisivi per i pm, con Ercole Incalza, all’apice dell’ inchiesta. Ma sono scattate anche quesiti tipo «Cos’è una direzione lavori?», «Quali sono gli aspetti operativi delle società, che fanno?», e così via. Domande fatte per spianare «argomenti complessi» e «ricostruire i percorsi» delle indagini. Più volte nell’interrogatorio, si apprende, ci sono state valutazioni divergenti tra gip e arrestato sul significato di diverse intercettazioni. Hanno comunque detto gli avvocati Roberto Borgogno e Gabriele Zanobini alla fine: «Stefano Perotti ha risposto a tutte le domande che riguardavano i capi di imputazione per cui è arrestato in carcere (uno solo per corruzione, gli altri per turbative varie, ndr) e ha dato i chiarimenti necessari in un clima di serenità e di ampia disponibilità dei magistrati, eventualmente anche per ascoltarlo in altri interrogatori». «È provato dall’esperienza del carcere – hanno aggiunto – ma è stato lucido e razionale e ha spiegato molte delle cose di cui tratta l’inchiesta». Perotti viene coinvolto anche da una lettera anonima mandata alla procura di Firenze che lo indica come d’accordo con Incalza «per la spartizione dei proventi professionali sopra pagati per incarichi, generalmente di direzione lavori, procurati da Incalza e svolti da Perotti (in modo formale)». Per ora resta in carcere ma i difensori hanno proposto la revoca, o almeno l’attenuazione della misura, magari a vantaggio di arresti domiciliari da farsi nella bellissima Villa La Costa, accanto al Forte Belvedere. Il gip si è riservato la decisione anche perché i pm devono acquisire altri atti e approfondire le indagini senza timori di inquinamento. C’era un solo un inquirente all’interrogatorio nella stanza dell’aula bunker di solito adibita a camera di consiglio: Giuseppina Mione che ha firmato coi colleghi Giuseppe Creazzo, procuratore capo di Firenze, Giulio Monferini e Luca Turco, la richiesta di arresto in carcere. Una stanza severa, con un tavolone di legno al centro, armadi pieni di faldoni, libri, codici e toghe pronte all’uso addossati circolarmente alle quattro pareti. È lo stesso ‘backstage’ dell’aula di udienza dove si sono decisi esiti di processi celebri fra cui terrorismo, stragi di mafia, Mostro di Firenze. In anticamera una macchinetta per il caffè. Ma perché l’interrogatorio di garanzia non è stato fatto al carcere di Sollicciano dove Perotti è detenuto e dove di solito il tribunale di Firenze svolge queste incombenze cogli arrestati ristretti in penitenziario? «Perché qui ci siete voi», ha risposto ai cronisti un altro magistrato dell’ufficio gip fiorentino giungendo al carcere. Cronisti che – depistati da indicazioni autorevoli convergenti – fin dal primo mattino sostavano all’esterno di Sollicciano in vana attesa.

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