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CONVEGNO/ Salute mentale, un paese fuori controllo. Qualcuno ha una via d’uscita da proporre?

C’è un’Italia che vive discretamente e una seconda Italia che sopravvive, che galleggia, ma che scivola progressivamente verso una situazione sempre più confusa. Una situazione che fotografa un paese fuori controllo, con i nervi scoperti, soffocato da una crisi di carattere politico, sociale, economico di notevole violenza. Sotto la linea di galleggiamento c’è una realtà confusa, magmatica che vive male, arranca, reagisce come può. E talvolta, anzi sempre più spesso scoppia, esplode. In pericolo è la salute mentale di decine, centinaia di migliaia di persone in difficoltà per ragioni di ogni genere, personale, familiare, economico. Mai come in questi mesi le cronache hanno segnalato quotidianamente episodi di violenza, di sofferenza, di reazione. Accade di tutto e dovunque e nessuno sembra in grado di porre rimedio a questo crescente malessere. Non ci sono armi, non ci sono strumenti, non c’è nemmeno l’esatta comprensione del fenomeno. Manca una presa di coscienza collettiva e soprattutto di vertice, di chi potenzialmente potrebbe tentare di porre rimedio. I media hanno una fetta di responsabilità in questo scenario. Troppo spesso passivi strumenti di una informazione superficiale, orizzontale, priva di sostanza, di analisi, ma anche troppe volte colpevoli di eccessivo protagonismo, di spettacolarizzazione. Se c’è qualcosa che i media non fanno è spiegare, aiutare tutti a capire e trovare il filo di un discorso che aiuti ad uscire tutti insieme dalla crisi. Su questo è necessario riflettere, su questo tenta di riflettere il convegno organizzato il 25 marzo presso la Lumsa dal Nuovo Corriere di Roma e del Lazio in collaborazione con la Lumsa e con l’Ordine dei giornalisti. Il primo di una serie di approfondimenti che rientrano nella mission della testata.  <Leggi lo speciale>

L’occasione dunque può essere utile a tutti. Il ragionamento si può sviluppare lungo due percorsi paralleli. Siamo abituati ad accostare il concetto di salute mentale a quello di malattia mentale. E ad assistere a dibattiti infiniti sull’approccio alla seconda. Ovviamente questa semplificazione non regge. Dopo la fine della Legge Basaglia e la crisi del sistema assistenziale psichiatrico va detto che la società nel suo complesso si è medicata da sé,trovando una serie di risposte normative e di pratica quotidiana che hanno in parte fatto fronte alla situazione. Risposte discutibili, contestatissime, ma pur sempre risposte. La patata bollente è stata decentrata, è passata alle Regioni, ed esiste una gamma di servizi e di strutture che si occupano a diverso titolo degli ex pazienti psichiatrici e dei “prodotti” di ogni tipo del disagio sociale crescente, dalle tossicodipendenze in giù. Dipartimenti, centri di igiene mentale, strutture pubbliche e private, cliniche, reparti all’interno degli ospedali. E ancora comunità di ogni tipo, strutture protette, quasi tutte in regime di convenzione con lo Stato. Un grande lavoro di ricerca clinica e scientifica ha prodotto protocolli diagnostici e modelli di intervento psico-sanitario e farmacologico. Questa rete a maglie larghissime ha in qualche modo tenuto, ma il costo di questo aspetto del welfare appare sempre meno sostenibile. Il sistema scoppierà nel medio termine, dicono gli addetti ai lavori, e soluzioni andranno trovate.

A fronte di questa situazione –comunque codificata – c’è un malessere crescente nella società italiana che esplode quotidianamente in episodi non riconducibili alla stessa genesi di fondo ma inquadrabili in un quadro di riferimento generale. Donne che uccidono i figli, uomini violenti che uccidono le partner (o che dalle stesse vengono uccisi), figli fuori controllo che uccidono i genitori; genitori che uccidono i figli disabili, anziani che uccidono il coniuge malato, coppie che si suicidano. Sullo sfondo violenze pubbliche e private di ogni tipo. L’elenco è lunghissimo, i giornali ne danno ampio resoconto ogni giorno. Lo abbiamo detto in apertura, all’Italia sono saltati i nervi. E’ la crisi economica, la crisi sociale, la crisi dei valori, l’insicurezza del presente e del futuro; tutto concorre a rendere la situazione sempre più drammatica. E ancora più drammatica è la considerazione che non esiste
una risposta organica a tutto questo. Non esiste una rete di protezione, saltato il tappo della famiglia non c’è controllo sociale, è scoppiata la scuola, sono scoppiate le realtà associative di un tempo, parrocchie, partiti etc. Lo Stato assiste impotente, i servizi socio-sanitari agiscono in modo confuso e contradditorio, una azione di prevenzione è frammentaria e solo parzialmente efficace, il ruolo della ricerca sociale sarà anche importante ma non riesce ad incidere fino in fondo. Su un piano più generale manca appunto una presa d’atto sociale e politica, manca una risposta normativa e gestionale, mancano l’idea di una rete di sostegno e di recupero, i soldi, manca in sostanza una strategia. Esiste il modo di rammendare la situazione, di trovare la terapia adatta? Si può trovare una risposta nel sistema socio-sanitario, si può incidere sulle carenze, sugli squilibri, si può intervenire sui responsabili/irresponsabili che spesso aggravano per incompetenza la situazione, sulle assistenti sociali che non vigilano e non controllano, sui tribunali che decidono in modo asettico e a volte cervellotico? Si può lavorare sul costo della assistenza e della gestione di un welfare statale che sta andando a picco? Anche risposte a queste domande possono essere utili. In ultima analisi qualcuno ha una via d’uscita da proporre? <Leggi lo speciale>

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