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Il nuovo prodotto televisivo: una generazione di Masterchefdipendenti

L’Italia si sa ha tanti pregi e tanti difetti. Lo slogan classico che ci identifica nel mondo è: spaghetti, pizza e mandolino. Ebbene, volendo escludere l’aspetto musicale per soffermarsi sui primi due elementi gastronomici è certamente un dato di fatto che in campo culinario la nostra cucina sia invidiata in tutto il mondo. E noi stessi ce ne rendiamo conto quando, dopo un lungo periodo passato all’estero, sogniamo di riempirci lo stomaco di spaghetti e/o pizza che, possiamo dirlo con una punta di orgoglio, solo in Italia si sanno veramente preparare. Quella della cucina è certamente un’arte ma è anche un impegno fisico non indifferente. Da un po’ di tempo a questa parte è spopolata quella che potremmo definire come la “masterchefmania”. Questa moda è nata grazie ad un cosiddetto talent show, ossia un programma televisivo in cui i concorrenti devono dimostrare di avere una certa abilità in un particolare campo artistico e non, che è nato in Inghilterra e che risponde al nome di MasterChef. Il suo ideatore, il regista Franc Roddam lo realizzò nel lontano 1990 e, nello stesso anno, la BBC lo trasmise per la prima volta nel Regno Unito. Da allora, questo format ha avuto una crescita esponenziale ed è stato esportato in molti altri paesi: USA, Spagna, Israele, Turchia, Portogallo e tanti altri, tra cui l’Italia. In poche parole ci sono dei concorrenti che, sotto il giudizio severo ed inflessibile di tre Chef che vestono i panni di giudici, devono esibirsi in varie prove culinarie, ognuna delle quali cresce di difficoltà man mano che ci si avvicina alla sfida finale. Il vincitore o la vincitrice arriva ad indossare il grembiule di MasterChef con grande soddisfazione dopo aver superato prove ai limiti dell’impossibile. Dei vari MasterChef trasmessi, quello americano è uno dei più seguiti. E uno dei giudici, Gordon Ramsay, ha trovato in questa realtà televisiva il proprio successo e la popolarità internazionale. Ma come spesso succede ciò che appare in televisione è in realtà una visione distorta e semplicistica della vita. Oggi molti giovanissimi sono attratti da questo mondo e aspirano a diventare degli chef con la C maiuscola al punto che la Scuola Alberghiera ha visto un incremento notevole di iscrizioni che l’ha portata al secondo posto nella scelta degli indirizzi con circa 48.867 domande. Il talent fornisce loro un amore verso i fornelli che però non rispecchia la vera vita della cucina. Ci sono dei fattori che devono essere presi in esame per capire la differenza fra verità e finzione: MasterChef, come altri programmi analoghi, si svolge all’interno di studi televisivi che nulla hanno a che vedere con le cucine dei ristoranti. Riflettori, telecamere, tempi tecnici e montaggio sono tutti elementi che portano lo spettatore ad una percezione che non rispecchia la realtà dei fatti. Se si osserva bene ciò che accade durante la trasmissione ci si rende conto di come tutto sia perfettamente ordinato e pronto per permettere ai concorrenti di affrontare le singole prove. La vita all’interno di una cucina alberghiera o di un qualunque ristorante è infinitamente più dura e richiede un atteggiamento di umiltà che in un talent spesso manca. Bisogna conoscere il significato dell’espressione “olio di gomito” per comprendere che il lavoro di cuoco avviene spesso con una difficoltà non indifferente. Non si entra come Chef in un ristorante ma spesso come semplici lavapiatti ed il talento va alimentato “rubando” con gli occhi, accettando con umiltà i consigli ed i rimproveri di cuochi più esperti. Bisogna fare i conti con gli alimenti da acquistare e sapere come devono essere conservati, le ore di lavoro sono tante e sempre in piedi, la cucina richiede un livello elevato di pulizia ed il rispetto delle norme igieniche. E anche quando si arriva alla “direzione” di una Cucina, non basta saper preparare e presentare i piatti in un certo modo ma si deve essere in grado di organizzare il lavoro di gruppo in modo da creare una perfetta intesa e una catena di montaggio che porti come risultato finale alla soddisfazione del cliente. Oggi il rischio è che molti ragazzi e ragazze pensino di vivere questa realtà lavorativa al pari di un talent. Nulla di più sbagliato! Auguriamoci dunque che i genitori in primis e gli insegnanti possano motivarli ma con intelligenza portandoli sempre a vivere in questo mondo e non in quello delle favole. Stefano Boeris

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